
Un demografo giapponese, Shigesato Takabashi, ha descritto per il giappone un avvenire davvero inquietante. Nel 3200, morirà l’ultimo giapponese. Il dato emerge da una proiezione demografica, che mette insieme il numero dei suicidi (in costante aumento nel paese del sol levante) con la propensione a non fare figli da parte delle coppie giapponesi. Aiutiamo i giapponesi a non suicidarsi e a fare più figli.
Inserisco una intervista che ho realizzato con una giornalista di Jesi, sul tema del suicidio e che è apparsa a puntate su un settimanale della Vallesina
Intervista sul suicidio, a cura di Raffaella Fioretti
Quali sono i “sintomi”, per chi é vicino ad un possibile suicida, che possano far scorgere un disagio, nei casi in cui lo stesso non lo comunichi spontaneamente (e spesso così accade)? In effetti la prima difficoltà in cui ci si imbatte rispetto all’aspirante suicida è la sua impenetrabilità, l’elemento negativo della sua psicologia è la depressione, che non traspare dalle sue intenzioni e dall’osservazione dei suoi comportamenti; il disagio soffocato interiormente che non si manifesta direttamente.Solo nello spazio segreto del mondo interiore dell’aspirante suicida, c’è la manifestazione dell’evento suicidario, vissuto come possibile soluzione al disperato bisogno di ascolto e di conferma. Ma è uno spazio chiuso a qualsiasi apertura relazionale. Di solito, costui non parla chiaramente delle sue intenzioni, se non per mettere in atto la decisione di farla finita. La sua intenzione è un acting out, un passaggio all’azione, è un’intenzionalità realizzata, ma non dichiarata.Allora diventa difficile individuare e rintracciare dei segni, delle manifestazioni dirette o indirette della volontà di annullarsi e scomparire.
Comunicare e trasmettere amore, in qualunque sua forma, alla persona in difficoltà, può rivelarsi utile per il suo recupero? Oppure può essere letto come senso di oppressione, come invasione del campo di chi trova tutto inutile? Di fronte a qualcuno che si sente depresso o ha propositi suicidi, la nostra prima reazione è cercare di aiutarlo. Offriamo consigli, cerchiamo di trasmettergli il nostro interesse per la vita, gli raccontiamo le nostre esperienze, cerchiamo soluzioni. Da questo punto di vista sbagliamo approccio: faremmo meglio a stare zitti e ad ascoltare. Le persone che pensano al suicidio come soluzione dei loro problemi, non vogliono risposte o soluzioni. La soluzione, anche se completamente inadeguata e assurda, loro ce l’hanno.Invece vogliono poter esprimere, in maniera autentica e senza filtri, le loro emozioni e i loro sentimenti più nascosti, le loro paure ed ansie. In una parola, vogliono poter essere finalmente se stessi, senza ricorrere a maschere, atteggiamenti di facciata, senza ipocrisie.
Ascoltare non è facile come sembra. Occorre imparare a far spazio all’altro dentro di sé. Bisogna controllare l’istinto di verbalizzare, di commentare, di aggiungere qualcosa alla storia di chi si ascolta, di offrire consigli. Bisogna prestare attenzione non solo ai fatti che la persona ci sta raccontando, ma anche ai sentimenti che si nascondono dietro questi fatti. Bisogna imparare a vedere le cose dalla prospettiva della persona che si ascolta, non dalla nostra.
Una volta individuato un possibile disagio, a chi rivolgersi? La rete dei consultori, dei servizi di consulenza specifici nel Servizio Sanitario Nazionale, ed inoltre l’apporto significativo degli operatori dei Dipartimenti di Salute Mentale, che operano in tutta Italia, garantiscono una risposta efficace ed esaustiva al bisogno di aiuto per questo tipo di persone. Non si deve dimenticare poi l’intervento di molti professionisti del privato e del privato sociale, che offrono il loro aiuto e la loro esperienza con professionalità e competenza. Il problema vero è che la persona aspirante suicida, non accetta immediatamente il sostegno né l’aiuto, poiché vive una condizione di chiusura emotiva e di assenza comunicativa difficile da superare.
E’ possibile rispettare privacy e dignità della persona che si trova in condizione di disagio, nel tentativo di farla aiutare da professionisti? intendo: il possibile malato, può essere aiutato senza farlo sentire tale? Una persona a rischio suicidio ha bisogno di supporto e protezione. Ma non è semplice convincere il diretto interessato che ha bisogno d’aiuto; convincerlo che esiste un possibile aiuto e che effettivamente esiste una soluzione ai suoi problemi, senz’altro applicabile.Le persone che meditano di farla finita sono arrivate al capolinea e hanno deciso che non c’è nulla per cui valga la pena di continuare a soffrire. Ma, se solo per un attimo si riuscisse a scalfire il muro di non autenticità, emergerebbe il loro disperato bisogno di relazione. Queste persone vogliono essenzialmente qualcuno che li ascolti; qualcuno che si prenda il tempo di ascoltarli veramente, che non li giudichi, che non dia consigli od opinioni, ma che presti loro completa attenzione.
Qualcuno di cui fidarsi, qualcuno che li rispetti e che non cerchi di assumere il controllo della situazione, qualcuno che consideri tutto quello che gli viene detto assolutamente riservato, qualcuno a cui importi e interessi il loro mondo, qualcuno che si metta a disposizione, che metta la persona a suo agio e parli con tranquillità, qualcuno che li riassicuri, li accetti e gli creda, qualcuno che dica: “A me interessa”. Per converso, cosa non vogliono le persone che meditano il suicidio?
Non vogliono essere lasciati soli; il rifiuto può rendere il problema dieci volte peggiore. Avere qualcuno a cui rivolgersi, fa davvero la differenza.
Non vogliono ricevere dei consigli, perché le prediche non aiutano. Non aiutano i suggerimenti come “fatti coraggio”, o facili rassicurazioni che “tutto andrà bene”.Con una persona a rischio suicidio, è inutile cercare di analizzare, di comparare, di generalizzare o di criticare.
Non serve subissare la persona di domande, perché “subire” un interrogatorio è un ennesimo passo verso la chiusura emotiva e la comunicazione interpersonale autentica.Le persone con propositi suicidi non vogliono venire messe sotto pressione o sulla difensiva.Perché il suicidio? perché pensare che non vi sia altra soluzione che la morte? e perché pensarlo anche in età molto giovane? I suicidi sono la punta di un iceberg di vaste proporzioni, al di sotto del quale vi sono le manifestazioni moderne del vuoto esistenziale, della disperazione e della solitudine, dell’insuccesso e della fragilità. Certamente, dietro il suicidio ci sono fattori più o meno noti e ovvi come il disagio provocato dal desiderio frustrato di essere all’altezza della situazione, di riuscire a competere con gli altri, l’insuccesso a scuola o nel lavoro; ma esistono anche cause che riguardano il mondo interiore degli affetti e dell’ambiente di vita, la disgregazione della famiglia, la fragilità della personalità, la crisi dei valori e la conseguente incapacità di fare riferimento a grandi ideali.Oggi viviamo uno stato di crisi permanente, crisi di progettualità, incertezza del futuro, crisi dei valori. Il tema dei valori è connesso strettamente al tema del senso della vita e al benessere esistenziale. Il senso della vita ha a che fare con il valore della libertà, con la ricerca del benessere e in ultima analisi della felicità. Perché si trova il coraggio di porre fine alla propria esistenza e piuttosto non si scorge quello per trovare la serenità? L’uomo di oggi ha ridotto la felicità ad un bene di consumo. Ha deciso che ciò che conta è quello che può vedere e toccare, riducendo la realtà al nudo e crudo materialismo. Vive aggrappato al razionale, al materiale con un certo distacco e disincanto per la realizzazione delle mete ultime.Questo atteggiamento non aiuta l’uomo nella ricerca della felicità e della serenità.Per riuscire a cogliere la felicità, per strutturare interiormente atteggiamenti di serenità e di libertà è assolutamente indispensabile una maturità di fondo che non è scontata, non è certa se non viene ricercata e realizzata passo dopo passo.Possiamo domandarci: se felicità e libertà presuppongono una maturità interiore, cosa è necessario al processo di maturazione? Cosa ne può accelerare il corso? A questa domanda viene in aiuto la visione della logoterapia, che è la psicologia del significato dell’esistenza, teorizzata dallo psichiatra austriaco Viktor Emil Frankl, deceduto nel 1997.La logoterapia risponde alla domanda sulla felicità dell’uomo e sulla libertà affermando che per essere liberi veramente e per essere felici occorre rispondere in primo luogo alla propria coscienza e ai propri valori di riferimento.La felicità è allora vista come la conseguenza di scelte significative che la persona compie nella sua vita. Diceva Frankl “se c’è qualcosa che ha la capacità di aiutare l’uomo a superare le difficoltà, questa è la coscienza di un significato che attende ancora di essere realizzato”.La motivazione primaria di ogni persona è proprio la capacità di realizzazione personale, che consiste nel rintracciare dei significati, dei compiti, da realizzare nella propria vita.L’uomo è un essere libero e responsabile. Solo se libertà e responsabilità vanno di pari passo allora la persona vivrà l’appagamento esistenziale inteso come esperienza di realizzazione personale e dunque di felicità.La responsabilità è la capacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni. Allora felicità è effettivamente la meta ultima nelle azioni dell’uomo, però se la consideriamo come conseguenza di scelte significative e responsabili. Due sono gli errori tipici di oggi: si sceglie di assolutizzare la ricerca della felicità, sceglierla come fine e non come conseguenza di scelte significative.La felicità è confusa con il piacere, come ricerca immediata di piacere e di godimento.In entrambi i casi la conseguenza diretta sarà che vivrò non felicità ma frustrazione. Tutte le volte che porrò il piacere come base di una scelta come conseguenza avrò una frustrazione, tutte le volte che cercherò di fare una scelta più significativa avrò come conseguenza un appagamento esistenziale e dunque sarò felice. E’ più facile morire che vivere (intendo: continuare a vivere)?Perché nel passato i tentativi di suicidio erano di numero notevolmente inferiore? qual è “ il male del presente”? Non è esatto dire che nel passato e in altre epoche non si verificavano suicidi.Basti pensare che tra la fine del secolo XIX e l’inizio del ‘900, nell’europa centrale si manifestò un aumento considerevole di suicidi, soprattutto tra i giovani, al punto che vennero istituiti dei centri di consulenza specifici per tale problematica.Il sociologo Emile Durkheim, pubblicò uno studio nel 1897, che viene considerato ancora oggi, un testo fondamentale per comprendere il suicidio nel rapporto tra individuo e società.Sicuramente oggi chi attenta alla propria vita, sperimenta un senso profondo di mancanza di significato.Vediamo e sentiamo oggi i giovani più insicuri nella loro ricerca esistenziale, nella naturale ricerca del senso della vita. Sono aumentati i fenomeni del vuoto esistenziale, della frustrazione e della disperazione. Lo stesso Frankl cita una ricerca in cui, su 49 casi di suicidio tra i giovani, il 90% (la quasi totalità) erano da attribuirsi a mancanza di speranza, angoscia e vuoto esistenziale. Oggi i giovani “gridano” disperati il loro vuoto, attraverso le manifestazioni quotidiane della dipendenza, del fanatismo, della violenza, del disagio legato alla disoccupazione, della mancanza di realizzazione di un progetto di vita. La mancanza di felicità di tanti giovani, il vuoto di libertà (laddove l’adolescenza dovrebbe rappresentare l’esaltazione più autentica nella sua tensione verso la realizzazione dell’ideale della libertà), dell’adolescente e del giovane, sono i mali più gravi della nostra società, incapace di trasmettere esempi di vita e modelli credibili di esistenza.
Qual’è il giusto messaggio da trasmettere, da scrivere sui muri, sulle copertine delle riviste, nei cartelli, da andare a cercare nelle parole dei libri, per ritrovare la fiducia nell’esistenza? Cosa possiamo o dobbiamo, ripetere e ripeterci, per “sopravvivere”? Chi si occupa di educazione, chi ha responsabilità di tipo politico e sociale, ha il dovere etico e morale nei confronti delle giovani generazioni e della società nel suo complesso di denunciare la perdita di significato, la caduta di senso dell’epoca moderna. Ciò vuol dire contribuire a recuperare una tensione etica, rintracciare e vivere sani valori, necessari per la tenuta della coesione sociale.
Non possiamo dimenticare che da sempre, l’uomo ha bisogno di tensione, e soprattutto ha bisogno e gli è benefica quella tensione che si stabilisce nel campo di forza polare fra sé e uno scopo che si prefigge, un compito che si sceglie.E com’è la situazione oggi? Ovunque gli uomini, e specialmente i giovani, soffrono di un sentimento di mancanza di significato. Essi dispongono dei mezzi per vivere, ma sono privi di un fine per il quale vivere, per il quale continuare a vivere. John Glenn, l’astronauta americano, ha detto una volta: «Ideals are the very stuff of survival». Senza l’orientamento agli ideali l’uomo e l’umanità non possono sopravvivere; ma ciò produce appunto tensione, si deve lottare, si deve aspettare; in una parola: c’è bisogno della cosiddetta tolleranza alla frustrazione, e la si deve aver allenata. Purtroppo l’educazione odierna, preoccupata soprattutto di minimizzare la tensione, educa addirittura ad una intolleranza alla frustrazione, e chi decide di farla finita è una persona che vive una intolleranza alla frustrazione, una incapacità alla elaborazione della sofferenza. Affermava Frankl che molti giovani (non tutti per fortuna), sono a rischio perché non sono capaci di «ingoiare» le frustrazioni, sono incapaci di differire la realizzazione dei loro desideri, sono incapaci di fare a meno di qualcosa che non hanno ancora, o di sacrificare qualcosa che già possiedono. Nella loro intolleranza alla frustrazione i giovani non sono più capaci di evitare il dolore evitabile e di sopportare il dolore inevitabile. Tanto meno provano compassione per qualcun altro, poiché hanno compassione solo di se stessi. Allora non si tratta di trovare una ricetta valida per tutti, ma certamente l’elaborazione di un pensiero trascendente, che supera se stessi e si proietta all’esterno, fuori di sé, verso mete da realizzare è la migliore medicina per guarire e correggere il proprio stile di vita, e mettersi al riparo da tentazioni autodistruttive.