Penso a Colori

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Dio esiste, io l’ho incontrato Giugno 30, 2006

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Alcuni anni fa, mi trovavo con alcuni amici in montagna, in una zona incantevole e selvaggia, ancora intatta (l’elettricità è arrivata solo negli anni ’80), che si chiama Val Visdende.

Questa valle si trova al confine tra Italia e Austria, non molto distante da Sappada, nota località sciistica in provincia di Belluno. La Val Visdende si raggiunge anche in automobile, risalendo l’erta stradina (ora asfaltata) che costeggia il fiume Piave e lo risale sin quasi alle sorgenti.

Sul cartello che indica l’inizio della valle c’è scritto “VAL VISDENDE – TEMPIO DI DIO – INNO AL CREATORE”.

In effetti dove avrei potuto incontrare Dio se non a casa sua? La valle è meravigliosa poiché arrivati in cima ad una serie di tornanti dentro la stretta serpentina che segue il letto del fiume, si scopre una enorme vallata, costeggiata da promontori e foreste, con paesaggi mozzafiato.  

Eravamo andati a Val Visdende per trovare funghi. La ricerca però era stata molto faticosa e poco consistente.

Dopo alcune ore di cammino, con il cestino quasi vuoto, ci eravamo fermati a riposare nei pressi di un pascolo; alcune mucche e una mandria di cavalli si godevano l’erba fresca e il sole, che finalmente scaldava l’aria, in quella insolita e piovosa estate.

Un signore, probabilmente il proprietario del pascolo ci osservava, mentre ci stavamo avvicinando. Scambiammo alcune parole con lui.

Ad un certo punto, con un sorriso che non dimenticherò e che metteva il buonumore, ci indicò degli alberi che si vedevano in lontananza, dicendoci che lì avremmo trovato quello che stavamo cercando; che questa persona ci indicasse un luogo dove nascono porcini, mi aveva sorpreso.

Questo andava contro un mio principio di allora. Dovete sapere che normalmente, chi conosce un luogo dove nascono i porcini, se lo tiene per sé, non lo và a raccontare a qualcuno, perché questo “frutto del bosco” ha l’abitudine di nascere sempre nello stesso luogo.

Chi è appassionato di funghi aspira a conoscere dei luoghi dove periodicamente può trovare il “re del bosco”, senza doversi affannare nella ricerca alla cieca. Gli domandai allora, perché ci svelava un suo segreto, cosa “ci guadagnava” a dircelo?

La sua risposta mi sorprese e si dimostrò un insegnamento per la mia vita.

Disse: “ Mi rende felice la vostra felicità, mi fa piacere sapere che sarete felici della raccolta”.

Questo “amore disinteressato” mi colpì, lasciandomi a riflettere sul mio modo “egoistico” di pensare.

Andammo dove il signore ci aveva detto, riempimmo il cesto di porcini freschi, tra la gioia e lo stupore di tutti.

Tornammo indietro per ringraziarlo, ma non riuscimmo a rincontrarlo, era sparito.

Nei pressi dell’ingresso della valle, c’è un bar ristorante dove i residenti e gli avventori si fermano. Parlammo con il titolare per sapere se lo conosceva, ma neanche lui ci seppe dire. Il tipo era scomparso, ma ci aveva lasciato un dono grande, il cui ricordo ancora porto dentro di me, come una delle più belle esperienze della mia vita.

Ci aveva insegnato ad avere uno sguardo disinteressato sul mondo e ad essere felici del benessere degli altri.

Quando penso all’esistenza di Dio mi piace immaginarmelo così, il montanaro sconosciuto che quel giorno in maniera disinteressata ed intensa, ci regalò un segreto e la gioia di un incontro fugace, nel paradiso della Val Visdende, tempio di Dio, inno al Creatore.  

 

Il potere del respiro Giugno 29, 2006

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“Tutte le antiche civiltà hanno studiato il “potere del respiro” e hanno intravisto il rapporto fra il respiro e la mente, e forse l’anima. Alcune, come quella indiana, hanno pensato che è possibile, usando il respiro, prendere consapevolezza di quella forza che sostiene l’intero universo, di cui il respiro è l’espressione più grossolana. L’altra idea è che il tempo assegnatoci dal destino, non si misura in anni, giorni e ore, che sono misure convenzionali che abbiamo inventato noi, ma in respiri. In altre parole, non nasceremmo con i giorni, ma con i respiri contati. E siccome un uomo respira normalmente 24.000 volte al giorno, 630 mila volte al mese e 7 milioni e mezzo di volte all’anno, rallentare questo ritmo significherebbe allungarsi la vita…”. (T.Terzani, Un altro giro di giostra, pp.44/45).

Se ci pensiamo un attimo, possiamo rimanere anche interi giorni senza cibo, senza acqua un po’ meno, ma non possiamo stare senza ossigeno che per pochi istanti. Grande dunque è il valore del respiro, dell’aria che respiriamo, dell’ ossigeno che per noi è vita.

In questi giorni di afa e umidità, la consapevolezza che l’aria che respiriamo è un dono ed un bene prezioso, aumenta.

Ho letto da qualche parte che trascorriamo in media l’80% del nostro tempo all’interno di edifici, di conseguenza è importante curare la qualità dell’aria delle nostre abitazioni, per evitare problemi di salute legati all’inquinamento ambientale. 

Oggi la maggioranza degli uffici hanno i condizionatori che però non sempre permettono il ricambio di aria negli ambienti in cui vengono installati, e ciò determina un aumento dell’inquinamento atmosferico interno.

Un rimedio contro la mancanza di “aria pura” ci sarebbe: dovremmo prendere l’abitudine di recarci periodicamente “nella foresta”, effettuare una ricarica di ossigeno e d’aria pura presso i boschi che rimangono dei “centri naturali specializzati” in approvvigionamento di aria.

Ogni tanto, assieme ai nostri figli, fare un giro in un bosco servirebbe a caricarci di ossigeno “pulito”; camminando nel bosco, potremmo respirare profondamente, scaricando anche ansia e stress.

 

L’arte del sorriso Giugno 28, 2006

Archiviato in: Senza Categoria — pensoacolori @ 6:46 am

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“La vita è come uno specchio: ti sorride se la guardi sorridendo”.(Anonimo)

Il potere interiore del sorriso è talmente forte che cura anche le malattie.

Non c’è bisogno di scomodare Patch Adams per rendersene conto. Ma è vero che ogni situazione assume un’evidenza di verità, solo dopo che è divenuta esperienza concreta della nostra vita.

L’arte del sorridere è una medicina che aiuta a risolvere i peggiori malanni, e serve a prendere il giusto atteggiamento nei confronti dei problemi che, inevitabilmente, ci si pongono davanti.

Il senso della vita non sta infatti nell’evitare le situazioni complesse, ma al contrario nel riuscire a risolverle.

L’ironia è una “disciplina” come ci ricordava ieri Serena, al pari di altri atteggiamenti curativi interiori, che andrebbero riscoperti e “messi in uso” al momento del bisogno.

Ecco perchè io “mi sforzo” di star bene, anche quando le cose non vanno per il verso giusto.

In questi giorni cerco di sorridere nonostante non sia così immediato e spontaneo farlo.

E mi piace sentire come, qualcosa dentro di me si scioglie e vengo attirato da una forza che mi fa ritrovare la serenità precedentemente perduta.

Voglio regalarvi una storia che fa sorridere, per ridere insieme.

PUNTI DI VISTA. Una famiglia inglese, trascorse le sue vacanze in Germania. Durante una delle frequenti passeggiate, i membri della famiglia notarono una graziosa casetta di campagna che sembrò loro adatta per trascorrervi le future vacanze estive. Informatisi su chi fosse il proprietario e saputo che era un pastore protestante, gli chiesero di mostrar loro la piccola proprietà. La casa, sia per la comodità che offriva e sia per l’ottima posizione, piacque molto ai visitatori inglesi, che stipularono subito un contratto di affitto per la prossima stagione. Al ritorno in Inghilterra discussero molto sulla piantina della casa che avevano affittato e particolarmente sull’utilizzazione dei locali. Ad un certo punto la signora si ricordò di non aver visto il W.C. e decise perciò di scrivere subito per avere ragguagli, cosa che fece nei seguenti termini:

” Gent.le Pastore, sono un membro della famiglia che tempo fa visitò la sua proprietà con il proposito di affittarla per la prossima estate, e poiché tutti ci siamo dimenticati di informarci dove si trova il W.C., Le saremo grati se ci facesse presente la sua ubicazione.”

(il Pastore non comprendendo esattamente il significato dell’abbreviazione ” W.C.” e credendo si trattasse di una Cappella Anglicana chiamata ” Wal de Chapel”, rispose nei seguenti termini:)

“Gentile Signora, ho apprezzato la sua richiesta ed ho il piacere di comunicarLe che ciò cui Ella si riferisce nella Sua lettera si trova a 5 km. dalla casa.

Ciò è molto scomodo per chi ha l’abitudine di andarci molto di frequente. In questi casi è preferibile portarsi da mangiare per restare sul luogo tutto il giorno.

Alcuni ci vanno a piedi e altri in bicicletta. C’è posto a sedere per 400 e 100 in piedi. L’aria è condizionata per evitare gli inconvenienti degli agglomeramenti. I sedili sono di velluto rosso e si raccomanda di arrivare in tempo per trovare posto a sedere. I bambini siedono vicino ai grandi e cantano tutti in coro.

All’entrata viene dato a ciscuno un foglio, ma le persone che arrivano dopo la distribuzione potranno usare il foglio del compagno vicino. All’uscita lo stesso foglio dovrà essere restituito per poterlo usare tutto il mese.

Ci sono amplificatori per i suoni, e tutto ciò che si raccoglie viene dato ai poveri del paese.

Fotografi specializzati prendono fotografie, cosicchè tutti possono vedere le diverse persone nel compimento di un atto tanto umano”. Il Pastore

 

Difendiamo i giapponesi Giugno 27, 2006

Archiviato in: Senza Categoria — pensoacolori @ 6:34 am

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Un demografo giapponese, Shigesato Takabashi, ha descritto per il giappone un avvenire davvero inquietante.                                                                                                                                                          Nel 3200, morirà l’ultimo giapponese.                                                                                                                         Il dato emerge da una proiezione demografica, che mette insieme il numero dei suicidi (in costante aumento nel paese del sol levante) con la propensione a non fare figli da parte delle coppie giapponesi.                                                               Aiutiamo i giapponesi a non suicidarsi e a fare più figli.

Inserisco una intervista che ho realizzato con una giornalista di Jesi, sul tema del suicidio e che è apparsa a puntate su un settimanale della Vallesina

Intervista sul suicidio, a cura di Raffaella Fioretti

Quali sono i “sintomi”, per chi é vicino ad un possibile suicida, che possano far scorgere un disagio, nei casi in cui lo stesso non lo comunichi spontaneamente (e spesso così accade)?                                                                                                                                                             In effetti la prima difficoltà in cui ci si imbatte rispetto all’aspirante suicida è la sua impenetrabilità, l’elemento negativo della sua psicologia è la depressione, che non traspare dalle sue intenzioni e dall’osservazione dei suoi comportamenti; il disagio soffocato interiormente che non si manifesta direttamente.Solo nello spazio segreto del mondo interiore dell’aspirante suicida, c’è la manifestazione dell’evento suicidario, vissuto come possibile soluzione al disperato bisogno di ascolto e di conferma. Ma è uno spazio chiuso a qualsiasi apertura relazionale. Di solito, costui non parla chiaramente delle sue intenzioni, se non per mettere in atto la decisione di farla finita. La sua intenzione è un acting out, un passaggio all’azione, è un’intenzionalità realizzata, ma non dichiarata.Allora diventa difficile individuare e rintracciare dei segni, delle manifestazioni dirette o indirette della volontà di annullarsi e scomparire. 

Comunicare  e trasmettere amore, in qualunque sua forma, alla persona in difficoltà, può rivelarsi utile per il suo recupero? Oppure può essere letto come senso di oppressione, come invasione del campo di chi trova tutto inutile?                                                                           Di fronte a qualcuno che si sente depresso o ha propositi suicidi, la nostra prima reazione è cercare di aiutarlo. Offriamo consigli, cerchiamo di trasmettergli il nostro interesse per la vita, gli raccontiamo le nostre esperienze, cerchiamo soluzioni. Da questo punto di vista sbagliamo approccio: faremmo meglio a stare zitti e ad ascoltare. Le persone che pensano al suicidio come soluzione dei loro problemi, non vogliono risposte o soluzioni. La soluzione, anche se completamente inadeguata e assurda, loro ce l’hanno.Invece vogliono poter esprimere, in maniera autentica e senza filtri, le loro emozioni e i loro sentimenti più nascosti, le loro paure ed ansie. In una parola, vogliono poter essere finalmente se stessi, senza ricorrere a maschere, atteggiamenti di facciata, senza ipocrisie.
Ascoltare non è facile come sembra. Occorre imparare a far spazio all’altro dentro di sé. Bisogna controllare l’istinto di verbalizzare, di commentare, di aggiungere qualcosa alla storia di chi si ascolta, di offrire consigli. Bisogna prestare attenzione non solo ai fatti che la persona ci sta raccontando, ma anche ai sentimenti che si nascondono dietro questi fatti.
Bisogna imparare a vedere le cose dalla prospettiva della persona che si ascolta, non dalla nostra. 

Una volta individuato un possibile disagio, a chi rivolgersi?                                                                                                                               La rete dei consultori, dei servizi di consulenza specifici nel Servizio Sanitario Nazionale, ed inoltre l’apporto significativo degli operatori dei Dipartimenti di Salute Mentale, che operano in tutta Italia,  garantiscono una risposta efficace ed esaustiva al bisogno di aiuto per questo tipo di persone. Non si deve dimenticare poi l’intervento di molti professionisti del privato e del privato sociale, che offrono il loro aiuto e la loro esperienza con professionalità e competenza. Il problema vero è che la persona aspirante suicida, non accetta immediatamente il sostegno né l’aiuto, poiché vive una condizione di chiusura emotiva e di assenza comunicativa difficile da superare.   

E’ possibile rispettare privacy e dignità della persona che si trova in condizione di disagio, nel tentativo di farla aiutare da professionisti? intendo: il possibile malato, può essere aiutato senza farlo sentire tale?                                                                                                       Una persona a rischio suicidio ha bisogno di supporto e protezione. Ma non è semplice convincere il diretto interessato che ha bisogno d’aiuto; convincerlo che esiste un possibile aiuto e che effettivamente esiste una soluzione ai suoi problemi, senz’altro applicabile.Le persone che meditano di farla finita sono arrivate al capolinea e hanno deciso che non c’è nulla per cui valga la pena di continuare a soffrire. Ma, se solo per un attimo si riuscisse a scalfire il muro di non autenticità, emergerebbe il loro disperato bisogno di relazione. Queste persone vogliono essenzialmente qualcuno che li ascolti; qualcuno che si prenda il tempo di ascoltarli veramente, che non li giudichi, che non dia consigli od opinioni, ma che presti loro completa attenzione.
Qualcuno di cui fidarsi, qualcuno che li rispetti e che non cerchi di assumere il controllo della situazione, qualcuno che consideri tutto quello che gli viene detto assolutamente riservato, qualcuno a cui importi e interessi il loro mondo, qualcuno che si metta a disposizione, che metta la persona a suo agio e parli con tranquillità, qualcuno che li riassicuri, li accetti e gli creda, qualcuno che dica: “A me interessa”.
Per converso, cosa non vogliono le persone che meditano il suicidio?
Non vogliono essere lasciati soli; il rifiuto può rendere il problema dieci volte peggiore. Avere qualcuno a cui rivolgersi, fa davvero la differenza.
Non vogliono ricevere dei consigli, perché le prediche non aiutano.
Non aiutano i suggerimenti come “fatti coraggio”, o facili rassicurazioni che “tutto andrà  bene”.Con una persona a rischio suicidio, è inutile cercare di analizzare, di comparare, di generalizzare o di criticare.
Non serve subissare la persona di domande, perché “subire” un interrogatorio è un ennesimo passo verso la chiusura emotiva e la comunicazione interpersonale autentica.
Le persone con propositi suicidi non vogliono venire messe sotto pressione o sulla difensiva.Perché il suicidio? perché pensare che non vi sia altra soluzione che la morte? e perché pensarlo anche in età molto giovane?                          I suicidi sono la punta di un iceberg di vaste proporzioni, al di sotto del quale vi sono le manifestazioni moderne del vuoto esistenziale, della disperazione e della solitudine, dell’insuccesso e della fragilità. Certamente, dietro il suicidio ci sono fattori più o meno noti e ovvi come il disagio provocato dal desiderio frustrato di essere all’altezza della situazione, di riuscire a competere con gli altri, l’insuccesso a scuola o nel lavoro; ma esistono anche cause che riguardano il mondo interiore degli affetti e dell’ambiente di vita, la disgregazione della famiglia, la fragilità della personalità, la crisi dei valori e la conseguente incapacità di fare riferimento a grandi ideali.Oggi viviamo uno stato di crisi permanente, crisi di progettualità, incertezza del futuro, crisi dei valori. Il tema dei valori è connesso strettamente al tema del senso della vita e al benessere esistenziale. Il senso della vita ha a che fare con il valore della libertà, con la ricerca del benessere e in ultima analisi della felicità. Perché si trova il coraggio di porre fine alla propria esistenza e piuttosto non si scorge quello per trovare la serenità?                                 L’uomo di oggi ha ridotto la felicità ad un bene di consumo. Ha deciso che ciò che conta è quello che può vedere e toccare, riducendo la realtà al nudo e crudo materialismo. Vive aggrappato al razionale, al materiale con un certo distacco e disincanto per la realizzazione delle mete ultime.Questo atteggiamento non aiuta l’uomo nella ricerca della felicità e della serenità.Per riuscire a cogliere la felicità, per strutturare interiormente atteggiamenti di serenità e di libertà è assolutamente indispensabile una maturità di fondo che non è scontata, non è certa se non viene ricercata e realizzata passo dopo passo.Possiamo domandarci: se felicità e libertà presuppongono una maturità interiore, cosa è necessario al processo di maturazione? Cosa ne può accelerare il corso? A questa domanda viene in aiuto la visione della logoterapia, che è la psicologia del significato dell’esistenza, teorizzata dallo psichiatra austriaco Viktor Emil Frankl, deceduto nel 1997.La logoterapia risponde alla domanda sulla felicità dell’uomo e sulla libertà affermando che per essere liberi veramente e per essere felici occorre rispondere in primo luogo alla propria coscienza e ai propri valori di riferimento.La felicità è allora vista come la conseguenza di scelte significative che la persona compie nella sua vita. Diceva Frankl “se c’è qualcosa che ha la capacità di aiutare l’uomo a superare le difficoltà, questa è la coscienza di un significato che attende ancora di essere realizzato”.La motivazione primaria di ogni persona è proprio la capacità di realizzazione personale, che consiste nel rintracciare dei significati, dei compiti, da realizzare nella propria vita.L’uomo è un essere libero e responsabile. Solo se libertà e responsabilità vanno di pari passo allora la persona vivrà l’appagamento esistenziale inteso come esperienza di realizzazione personale e dunque di felicità.La responsabilità è la capacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni. Allora felicità è effettivamente la meta ultima nelle azioni dell’uomo, però se la consideriamo come conseguenza di scelte significative e responsabili. Due sono gli errori tipici di oggi: si sceglie di assolutizzare la ricerca della felicità, sceglierla come fine e non come conseguenza di scelte significative.La felicità è confusa con il piacere, come ricerca immediata di piacere e di godimento.In entrambi i casi la conseguenza diretta sarà che vivrò non felicità ma frustrazione. Tutte le volte che porrò il piacere come base di una scelta come conseguenza avrò una frustrazione, tutte le volte che cercherò di fare una scelta più significativa avrò come conseguenza un appagamento esistenziale e dunque sarò felice. E’ più facile morire che vivere (intendo: continuare a vivere)?Perché nel passato i tentativi di suicidio erano di numero notevolmente inferiore? qual è “ il male del presente”?                                                                                                                                                      Non è esatto dire che nel passato e in altre epoche non si verificavano suicidi.Basti pensare che tra la  fine del secolo XIX e l’inizio del ‘900, nell’europa centrale si manifestò un aumento considerevole di suicidi, soprattutto tra i giovani, al punto che vennero istituiti dei centri di consulenza specifici per tale problematica.Il sociologo Emile Durkheim, pubblicò uno studio nel 1897, che viene considerato ancora oggi, un testo fondamentale per comprendere il suicidio nel rapporto tra individuo e società.Sicuramente oggi chi attenta alla propria vita, sperimenta un senso profondo di mancanza di significato.Vediamo e sentiamo oggi i giovani più insicuri nella loro ricerca esistenziale, nella naturale ricerca del senso della vita. Sono aumentati i fenomeni del vuoto esistenziale, della frustrazione e della disperazione. Lo stesso Frankl cita una ricerca in cui, su 49 casi di suicidio tra i giovani, il 90% (la quasi totalità)  erano da attribuirsi a mancanza di speranza, angoscia e vuoto esistenziale. Oggi i giovani “gridano” disperati il loro vuoto, attraverso le manifestazioni quotidiane della dipendenza, del fanatismo, della violenza, del disagio legato alla disoccupazione, della mancanza di realizzazione di un progetto di vita. La mancanza di felicità di tanti giovani, il vuoto di libertà (laddove l’adolescenza dovrebbe rappresentare l’esaltazione più autentica nella sua tensione verso la realizzazione dell’ideale della libertà), dell’adolescente e del giovane, sono i mali più gravi della nostra società, incapace di trasmettere esempi di vita e modelli credibili di esistenza. 

Qual’è il giusto messaggio da trasmettere, da scrivere sui muri, sulle copertine delle riviste, nei cartelli, da andare a cercare nelle parole dei libri, per ritrovare la fiducia nell’esistenza? Cosa possiamo o dobbiamo, ripetere e ripeterci, per “sopravvivere”?                                         Chi si occupa di educazione, chi ha responsabilità di tipo politico e sociale, ha il dovere etico e morale nei confronti delle giovani generazioni e della società nel suo complesso di denunciare la perdita di significato, la caduta di senso dell’epoca moderna. Ciò vuol dire contribuire a recuperare una tensione etica, rintracciare e vivere sani valori, necessari per la tenuta della coesione sociale.

Non possiamo dimenticare che da sempre, l’uomo ha bisogno di tensione, e soprattutto ha bisogno e gli è benefica quella tensione che si stabilisce nel campo di forza polare fra sé e uno scopo che si prefigge, un compito che si sceglie.E com’è la situazione oggi? Ovunque gli uomini, e specialmente i giovani, soffrono di un sentimento di mancanza di significato. Essi dispongono dei mezzi per vivere, ma sono privi di un fine per il quale vivere, per il quale continuare a vivere. John Glenn, l’astronauta americano, ha detto una volta: «Ideals are the very stuff of survival». Senza l’orientamento agli ideali l’uomo e l’umanità non possono sopravvivere; ma ciò produce appunto tensione, si deve lottare, si deve aspettare; in una parola: c’è bisogno della cosiddetta tolleranza alla frustrazione, e la si deve aver allenata. Purtroppo l’educazione odierna, preoccupata soprattutto di minimizzare la tensione, educa addirittura ad una intolleranza alla frustrazione, e chi decide di farla finita è una persona che vive una intolleranza alla frustrazione, una incapacità alla elaborazione della sofferenza. Affermava Frankl che molti giovani (non tutti per fortuna), sono a rischio perché non sono capaci di «ingoiare» le frustrazioni, sono incapaci di differire la realizzazione dei loro desideri, sono incapaci di fare a meno di qualcosa che non hanno ancora, o di sacrificare qualcosa che già possiedono. Nella loro intolleranza alla frustrazione i giovani non sono più capaci di evitare il dolore evitabile e di sopportare il dolore inevitabile. Tanto meno provano compassione per qualcun altro, poiché hanno compassione solo di se stessi. Allora non si tratta di trovare una ricetta valida per tutti, ma certamente l’elaborazione di un pensiero trascendente, che supera se stessi e si proietta all’esterno, fuori di sé, verso mete da realizzare è la migliore medicina per guarire e correggere il proprio stile di vita, e mettersi al riparo da tentazioni autodistruttive. 

 

Il potere di una miserabile multinazionale Giugno 26, 2006

Archiviato in: Senza Categoria — pensoacolori @ 8:19 pm

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Riprendo a scrivere sul blog, dopo che la TELECOM mi ha riattivato la linea telefonica.

Sono stato quattro giorni senza la possibilità di navigare, telefonare, essere a contatto telefonico con il mondo.

La misura è stata presa da TELECOM perchè mi ero rifiutato di pagare le ultime due bollette telefoniche, dopo il pessimo servizio che il gestore di telefonia mi aveva fornito per la linea ADSL ALICEMIA.

Avevo deciso che così come non avevo ricevuto ciò che mi spettava, TELECOM avrebbe ricevuto il pagamento della bolletta nei tempi stabiliti da me.

Mi illudevo di poter decidere qualcosa.

Senza preavviso alcuno, TELECOM arrivava a staccarmi il servizio di telefonia verso l’esterno, lasciandomi la libertà di ricevere le telefonate, ma non di farle in uscita.

Il bello è che contattata TELEDUE, il mio attuale gestore di telefonia, venivo a sapere che loro non potevano fare nulla per impedire il comportamento di TELECOM in quanto essa rimane il gestore della rete.

Anche TELEDUE ha avuto un danno da questi quattro giorni di blackout.

Sto valutando la possibilità di denunciare TELECOM per il comportamento lesivo delle libertà individuali e per “interruzione di pubblico servizio”.

Intanto stasera, come un bambino a cui gli è stata riconcessa la palla dopo che gli era stata ritirata, mi concedo il lusso di una navigazione nell’oceano di internet.

Dimenticavo: gli importi che mi sono stati contestati e per i quali ho pagato questi quattro giorni di mancanza di “libertà”, una bolletta da 156 € e una da 80€. Miserabili cafoni!