Penso a Colori

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Mai più guerre Agosto 31, 2006

Archiviato in: Senza Categoria — pensoacolori @ 5:54 am

“Caro amico sconosciuto, ti scrivo di me e della mia città, che più non esiste. Mostar, capoluogo dell’Erzegovina, contava 100.000 abitanti prima della guerra; ora è ridotta a un ammasso di macerie. Un tempo solare e lucente, piena di fiori, questa città di pietra sul fiume Neretva splendeva nella sua bellezza. Ora l’hanno distrutta gli uomini con i quali una volta abbiamo vissuto insieme; hanno distrutto i suoi magnifici monumenti, i suoi numerosi ponti, ma non la sua anima. Anche se ferita, la sua anima palpita nelle acque della Neretva e nell’unico ponte rimasto in piedi per testimoniare le sue sofferenze. Questo fiume una volta verde e cristallino è oggi rosso di sangue e torbido di lacrime. Il sangue degli innocenti macchia tutt’ora le nostre strade e non riescono a lavarle nemmeno le lacrime delle madri, quelle lacrime che possono invece sciogliere il ghiaccio nei cuori di tutti gli uomini normali. E’ mai possibile mi chiedo, che nessuno di loro si sia ricordato almeno per un attimo che anch’essi hanno figli, mogli e madri? Alludo ai cecchini che, sparando con le carabine munite di teleobiettivi, hanno falciato le vite dei bambini che avevano appena cominciato a vivere. La vita di noi bambini è cambiata radicalmente.L’allegro vociare, i giochi, la scuola, lo sport, la musica sono stati sostituiti dalle cantine/rifugi, dalle granate di mortaio e dalla vita da profughi.Scrivo queste righe per poter in qualche modo dividere la mia tristezza con te, amico sconosciuto, e trovare conforto: forse il domani sarà migliore”. (Almir Milavic, Mostar)

Questa lettera è ripresa dal libro “Non si trova cioccolata. Lettere di bambini della ex Jugoslavia ai ragazzi di tutto il mondo”.

Una tra le tante, tutte molto intense e tragicamente autentiche, soprattutto perchè scritte da bambini nel corso della guerra del ‘92.

Non ci sono commenti da fare, solo il silenzio e un semplice pensiero: il sonno della ragione genera mostri.

 

Il difficile ascolto di se stessi Agosto 30, 2006

Archiviato in: Senza Categoria — pensoacolori @ 10:34 am

“La mattina, quando vi alzate, fate un sorriso al vostro cuore, al vostro stomaco, ai vostri polmoni, al vostro fegato. Dopo tutto, molto dipende da loro.” (Tich Nhat Hanh)

E’ la cosa più naturale del mondo, al punto che diventa la meno consapevole: siamo vivi ed esistiamo anche grazie al nostro corpo, che ogni giorno ci sostiene.

Avremmo necessità di farlo riposare qualche volta, ma non ci badiamo troppo e lo sottoponiamo a tensioni, forti stress, bruschi movimenti, digiuni o stravizi, che nel tempo lo debilitano e lo rendono più debole.

Un mio amico si trova ricoverato in ospedale, per una lombosciatalgia dovuta allo schiacciamento di due vertebre, a causa di uno sforzo avventato commesso in un momento di ingenuità.

Anch’io soffro della stessa malattia, faccio parte della schiera degli affetti da schiacciamento delle vertebre L5 – S1, per effetto dell’ eccessivo peso corporeo e di alcuni lavori fisici eseguiti in passato senza osservare le debite precauzioni.

La nostra natura è strana: non ci rendiamo conto di ciò che rischiamo, fino a quando non commettiamo delle imprudenze o degli errori comportamentali – dei quali eravamo perfettamente a conoscenza - che non hanno determinato in noi un atteggiamento di maggior prudenza.

Non impariamo dalla esperienza che ci viene raccontata, non ascoltiamo con attenzione ciò che viene espresso dagli altri.

L’ascolto di noi stessi e degli altri parte anche da questi banali atteggiamenti ed occasioni che si presentano nel corso della nostra inconsapevole esistenza

 

Ritorno alla genitorialità Agosto 29, 2006

Archiviato in: Senza Categoria — pensoacolori @ 4:37 am

Secondo un recente sondaggio, le giovani coppie italiane non vogliono più fare figli.

E’ emerso che su questi temi, l’Italia si sta ri-allineando agli altri paesi europei, dopo un periodo di controtendenza.

Una delle motivazioni che spinge ad adottare questo atteggiamento, riguarda la paura di non essere in grado di educare i nascituri; in secondo luogo, il figlio impedirebbe la realizzazione professionale della donna, costretta a rimanere a casa per molto tempo.

Così si sceglie di non procreare e di evitarsi un problema in più.

Posizioni difficilmente condivisibili, quelle espresse nella ricerca, ma con le quali dobbiamo fare i conti, visto che rappresentano comunque uno spaccato sempre più numeroso ed influente della opinione pubblica.

E’ come se ad un certo punto e per assurdo, il sole decidesse “motu proprio” di non riflettere più la sua luce sulla terra.

Questa posizione è agghiacciante e pericolosa.

Dimostra il punto di arrivo della “civiltà dell’abbondanza”, orientata unicamente alla realizzazione degli interessi egoistici e individualisti delle persone, che hanno perso completamente di vista il significato stesso dell’esistenza.

Per queste persone l’essenziale è la realizzazione personale, e dunque sono alla ricerca di questa. Sono pertanto completamente concentrate su se stesse, per la soddisfazione del loro “legittimo” obiettivo.

Il problema vero è che difficilmente questi soggetti raggiungeranno la felicità che cercano, rimanendo in una sorta di limbo per il resto della loro esistenza, nella ricerca forsennata della realizzazione del sé, chiudendosi in un sistema che paradossalmente li spingerà verso la noia e la mancanza di felicità.

La vita umana è orientata alla trascendenza, nel senso che la realizzazione piena arriva nel momento in cui ci si dimentica, non quando si tenta disperatamente di risparmiarsi.

La trascendenza non è un valore religioso, ma un valore prettamente umano.

Consiste nella capacità di ignorare se stessi per realizzarsi nel compimento di un valore o di un significato, nella capacità di lavorare o nella capacità di amare.

La capacità di orientarsi al di fuori di se stessi, determina l’autentica realizzazione personale e ciò che chiamiamo felicità,  attimi di serenità e di piacere totale ed “euforizzante”.

Quella stessa felicità che prende i genitori, quando la sera, tornando a casa, sanno che c’è un piccolo che li attende, che stravede per loro.

 

La ricchezza dei poeti Agosto 28, 2006

Archiviato in: Senza Categoria — pensoacolori @ 12:20 pm

Alda Merini, una delle più grandi poetesse italiane del secolo scorso, ha rilasciato ieri un’ intervista sull’inserto domenicale del quotidiano “La repubblica”.

Il tema riguardava la sua lunga e travagliata esistenza e, naturalmente, il suo amore per le parole e la vita, che lei trasforma sapientemente e saggiamente in poesia.

Alcuni passaggi della intervista sono veramente essenziali, per comprendere in profondità lo spirito dei poeti.

Dice ad un certo punto la Merini: “I poeti sono spesso poveri. Quasi mai tristi. Si portano dentro l’allegria dei naufraghi. Oppure lo sberleffo, che è la vanità degli artisti”.

Oppure, in un altro passo afferma:”Le parole sono per me modelli di virtù. Le bevo come i bambini attaccati al capezzolo della madre o al loro dito”.

E poi un incipit sul nostro paese:”Gli italiani sono sempre più cretini, malati di padreternismo, egoisti e primitivi. E sempre più tristi. Mi era rimasto Berlusconi, il solo che mi facesse ridere in un paese che non ride più. Con la sua caduta è morto l’ultimo pagliaccio d’Italia, aveva una stupidità che incanta”.

Cosa dire ancora di questa donna, che è vissuta attraverso il novecento e ha fatto dell’amore per la vita e per le parole, il senso della sua esistenza?

Mi sembra che raggiunga, come tutti i poeti, per prima la verità; non attraverso la ragione, ma attraverso il sentimento, scoprendo nuove strade attraverso “l’uso delle ragioni del cuore, che la ragione non conosce”.

E dice quello che sente, senza paura e senza censure.
Questa credo sia la vera ricchezza dei poeti, non il denaro, non il successo o la popolarità, ma la libertà assoluta di dire ciò che sentono.

 

Ode della zanzara Agosto 26, 2006

Archiviato in: Senza Categoria — pensoacolori @ 4:30 am

In questa strana estate, la vita della mia famiglia è stata per così dire, sconvolta dall’arrivo delle zanzare tigri.
Abitiamo in una zona tranquilla, con tanto verde intorno, ma aver lasciato le finestre aperte, di giorno e di notte, su un giardino di canne di bambù cinesi – dove evidentemente le zanzare si riproducono – ha determinato invasioni notturne delle “tigri”, e conseguenti battaglie tra noi esseri umani ed i piccoli animaletti tanto fastidiosi.
E’ l’unica guerra che ho ritenuto legittimo combattere.
Il mio primogenito, Pietro ha contato in una notte 14 pizzicature. Mia moglie stava per andare fuori di testa per le medesime, al punto che ha manifestato sintomi di “ansia da zanzara” (non esiste sul DSM, il manuale dei disturbi psichiatrici, ma cercherò di farlo inserire nella parte dei nuovi sintomi).
Alla fine, siamo corsi ai ripari e oltre alla disinfestazione dell’area esterna, all’interno si sono stabilite alcune piccole ed efficaci regole di ingaggio (come ogni guerra che si rispetti).
Ora la situazione è più calma, abbiamo raggiunto una tregua, e dalle rispettive parti si curano le ferite (la nostre) e (presumo) si piangono le cadute in battaglia (le loro).
Ieri mattina, mi sono svegliato con un sonetto già composto in testa, che riguardava la zanzara. E’ stato probabilmente lo sfogo finale del tormentato periodo che abbiamo attraversato.
Mi è venuto spontaneo e subito l’ho trascritto, come si fa con i sogni liberatori. Per qualche strana ragione, mi è venuto da pensarlo in dialetto.
Non me ne vogliano i vari Trilussa, Belli o i nostri poeti dialettali come Longhi o Martin Calandra.
Non mi cimenterò più in questo settore, lo prometto, ma tanta era la voglia di sfogarmi che probabilmente anche il mio pensiero ha dato sfogo al sentire. ( E poi si sà, che a volte le parole fanno più male dei comportamenti!).

La Zanzara

Na piccola zanzara
a cui je puzzava pure ed fiado,
pe’ pungeme, m’è venuda vicino al naso,
e con disprezzo, m’ha alitado.
Impertinente! J’ho ditto,
tu madre non t’ha ‘mparado l’educaziò?
El sai che m’ha risposto, sa sfacciada?
No!