Da un po’ di tempo, gira in internet, un film di un regista americano che tenta di confutare le verità ufficiali sull’attentato dell’11 settembre.
Il film è interessante perchè mette chiaramente in luce le contraddizioni della versione ufficiale, come il fatto che le torri crollarono per effetto della fusione delle strutture portanti dovuto all’incendio sviluppatosi dopo l’impatto dei due aerei.
Dalle immagini presentate sembra che le torri siano state fatte brillare, come quei palazzi che vengono abbattuti con l’esplosivo.
Così la versione ufficiale dell’aereo caduto sul Pentagono viene rivisitata, arrivando alla conclusione che il “foro” di ingresso sul pentagono non è compatibile con la struttura (molto più grande di un 747 ) per cui qualcos’altro ha colpito il Pentagono quella mattina, (doveva essere un missile) , e allora che fine ha fatto il terzo aereo?
Domande inquietanti, soprattutto perchè in un paese democratico, una democrazia che ha crato per prima la dichiarazione dei diritti delle persone, le risposte e la verità sui fatti dovrebbero essere rese note a tutti, senza disinformazione, mezze verità o peggio ancora depistaggi e false versioni.
Stupisce che questo modo di fare sia invece ormai una pratica abituale, soprattutto nella “patria dei diritti civili e della libertà” per eccellenza.
In realtà l’America non è più da tempo il paese della libertà e del diritto, il gendarme mondiale della salvaguardia dei diritti umani e civili.
L’idea di libertà degli Usa è molto discutibile.
Già Viktor Frankl, nel corso di un suo viaggio in America, aveva invitato i cittadini americani a costruire la statua della Responsabilità sulla costa opposta a quella in cui essi avevano già una statua della Libertà.
Libertà e responsabilità devono essere accompagnate, pena la realizzazione di una libertà estremamente pericolosa, quel liberismo sfrenato che in economia, in politica, e anche nelle scelte quotidiane di ogni individuo, tiene conto solo di se stessi e delle proprie opportunità, dimenticandosi che, oltre al “mio”, esiste anche il “nostro”.