Penso a Colori

Just another Wordpress.com weblog

Buon Natale Dicembre 24, 2006

Archiviato in: Senza Categoria — pensoacolori @ 7:58 am

Pubblico una lettera scritta da Don Tonino Bello, vescovo di Molfetta, in occasione del natale del 1994. Mi sembrano le parole giuste per parlare del Natale. Auguri e buona riflessione a tutti.

(Antonio Bello, Oltre il futuro. Perché sia Natale, Molfetta, Luce e vita/La Meridiana, 1995, 25-27).

“Carissimi, formulare gli auguri di Natale dovrebbe essere la cosa più semplice di questo mondo. Invece, quest’anno sto provando tanta difficoltà. Ho scritto e riscritto cento volte l’attacco di questa lettera, ma mi è parso di dire sempre delle cose estremamente banali. Come sono banali certi presepi belli e confezionati che si acquistano ai grandi magazzini. Saranno anche attraenti con i loro svolazzi di angeli e con i loro muschi di plastica. Ma sono freddi. Perché fatti in serie. Ecco: è proprio la «serialità» che mi mette in crisi. Ho l’impressione, cioè, di esporre anch’io la mia merce preconfezionata, e poi lasciare che ognuno si serva da solo, come nei self-service di certi ristoranti.È qui lo sbaglio: nella pretesa di voler trovare delle formule standard, buone per tutti. Invece, a Natale, non si possono porgere auguri indistinti.Dire buon Natale a te, Ignazio, che vivi immobilizzato da anni, dopo quel terribile incidente stradale che ti ha ridotto a un rudere, è molto diverso che dire Buon Natale a te, Franco, che hai fatto spese pazze per rinnovarti l’attrezzatura sciistica, e il 25 dicembre lo passerai in montagna, dove hai già prenotato l’albergo per la settimana bianca. Tu, Ignazio, la stella cometa del presepe non la vedi neanche, perché non puoi muovere la testa dal guanciale. E,allora, devo descrivertela io, e dirti che essa fa luce anche per te, e assicurarti che Gesù è venuto a dare senso alla tua tragedia e che, nella notte santa, anzi, ogni notte della tua vita, egli trasloca dalla mangiatoia per venirti accanto e farsi scaldare da te. Tu, Franco, la stella cometa non la vedi perché non hai tempo per pensare a queste cose, e in testa hai ben altre stelle. E, allora, devo provocartene io la nostalgia, e dirti che le lampade dei ritrovi mondani dove consumi le tue notti e i tuoi soldi, non fanno luce sufficiente a dar senso alla tua vita.Dire buon Natale a te, Katia, che il 26 andrai all’altare con Cosimo, è molto diverso che dire buon Natale a Rosaria, che il mese scorso ha firmato la separazione consensuale, dopo che Gigi se n’è andato con un’altra. Perché a te, Katia, basterà l’invito a vedere nel presepe la celebrazione nuziale suprema di Dio che prende in sposa l’umanità, e già ti sentirai coinvolta nel mistero dell’incarnazione. A te, Rosaria, invece, che per la prima volta le feste le passerai sola in casa, e che non hai voglia neppure di andare a pranzo dai tuoi, occorrerà tutta la mia discrezione per farti capire che non è molto dissimile il ripudio subito da Gesù nella notte santa. Buon Natale, Rosaria. E buon Natale anche a Gigi, perché, scorgendo nel bambino del presepe il mistero della fedeltà di Dio, torni presto a casa.Dire buon Natale a te, carissimo Nicola, che mi sei tanto vicino con la tua amicizia ma anche tanto lontano con l’ateismo che professi, è molto diverso che dire buon Natale a te, don Donato, che sei Rettore del seminario regionale, e, le parole di santità, tu sei bravo a dirmele più di quanto io non sappia fare con te. Perché tu, don Donato, hai un cuore che trabocca di tenerezza, e quando parli del Verbo che scende sulla terra e diventa l’Emmanuele, cioè il Dio con noi, si vede che ci credi a quello che dici, e daresti la vita perché anche gli altri ponessero lo sguardo su quel pozzo di luce che rischia di accecare i tuoi occhi.Mentre tu, Nicola, davanti al presepe resti impassibile, e il bue e l’asino ti fanno sorridere, e l’incanto di quella notte ti sembra una fuga dalla realtà, e rassomigli tanto a qualcuno di quei pastori (qualcuno ci deve essere pur stato!) che, all’apparizione degli angeli, non si è neppure scomposto ed è rimasto a scaldarsi davanti al fuoco del suo scetticismo. Non voglio forzare la tua coscienza: ma sei proprio sicuro che quel bambino non abbia nulla da dirti, e che questo mistero (che tu vorresti confinare tra le favole) di Dio fatto uomo per amore, sia completamente estraneo al tuo bisogno di felicità? Auguri, comunque, perché la tua irreprensibile onestà umana trovi nella culla di Betlem la sua sorgente e il suo estuario.Dire buon Natale a te, Corrado, che vivi nella casa di riposo, e la sera ti lasci cullare dalle nenie pastorali, e te ne vai sulle ali della fantasia ai tempi di quando eri bambino, e la tua anima brulica di ricordi più di quanto i fratturi del presepe non brulichino di pecorelle, e pensi che questo sarà forse il tuo ultimo Natale, e ti raffiguri già il momento in cui Gesù lo contemplerai faccia a faccia con i tuoi occhi… è molto diverso che fare gli auguri a te, Antonietta, che hai vent’anni e tutti dicono che non sei più quella di una volta, e l’altro giorno mi hai confidato che non fai più parte del coro e che forse quest’anno non ti confesserai neppure. Buon Natale, Antonietta. Pregherò perché tu possa trovare cinque minuti per piangere da sola davanti alla culla, e in quel pianto tu possa sperimentare le stesse emozioni di quando la semplice carta stagnola del presepe ti faceva trasalire di felicità.Un conto è dire buon Natale a te, Gianni, che stai in ospedale e oggi anche i medici se ne sono andati e tu non vedi l’ora che arrivi il momento delle visite per poter parlare con qualcuno, e un conto è dire buon Natale a te, Piero, che in carcere nessuno verrà a trovarti dopo che ne hai combinate di tutti i colori perfino a tuo padre e a tua madre. Auguri a tutti e due, comunque, e ai vostri compagni di corsia o di cella: Gesù Cristo vi restituisca la salute del corpo e quella dello spirito.Buon Natale a te, Carmela, che sei rimasta vedova. A te, Marina, che sei felice perché le cose vanno bene. A te, Michele, che ti disperi perché le cose vanno male. A te, Mussif, e a tutti i profughi albanesi che vivono insieme nella casa di accoglienza. A te, Sahid, che guardi alla televisioni gli spettacoli dell’Unicef sui bambini irakeni e slavi decimati dalla fame, e, per un’associazione di immagini non certo molto strana, pensi ai tuoi figli che hai lasciato in Tunisia.Dopo che l’ho poggiata sull’altare, profumata d’incenso e grondante ancora di benedizioni divine, voglio dare la mano a tutti, sicuro che nessuno tirerà indietro la sua.Perché a Natale, felice o triste che sia, fedele o miscredente, miserabile o miliardario, ognuno avverte, chi sa per quale mistero, che di quel bambino «avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia», una volta che l’ha conosciuto, non può più fare a meno”. 

 

Il significato della vita Dicembre 16, 2006

Archiviato in: Senza Categoria — pensoacolori @ 7:45 am

C’è un momento in cui la realizzazione del significato della nostra vita ci appare in maniera chiara.

Chissà se per l’uomo più alto del mondo questa “insight” ha coinciso con quello che è successo ieri? La notizia è stata riportata da varie agenzie.

Vivere a 2,38 mt. di altezza, ti deve far sentire un po’ isolato, sicuramente vieni guardato come un fenomeno da esibizione circense, dimenticando che in fondo sei una persona come tutti gli altri.

Ieri quest’uomo è “ridisceso tra i normali”, e utilizzando le sue braccia come delle pale meccaniche, ha salvato la vita a due delfini. 

“Una notizia singolare, che arriva dalla Cina: l’uomo più alto del mondo ha salvato due delfini che rischiavano di morire soffocati, dopo aver ingerito dei sacchetti di plastica. Protagonista della vicenda Bao Xishun, un cittadino della Mongolia Interna alto 2,38 metri. E proprio grazie alla smisurata lunghezza dei suoi arti è riuscito ad infilare le sue lunghe braccia nello stomaco dei cetacei, estraendone la plastica. Bao, che ha 54 anni, è stato chiamato dai dirigenti di un acquario della provincia di Liaoning, nel nordest della Cina, dopo che tutti i tentativi di estrarre la plastica dallo stomaco dei mammiferi erano falliti. (Lo stomaco dei delfino ha una forma particolare).

Bravo a Bao, ma bravi anche ai dirigenti dell’acquario per la pensata geniale, da autentico gioco di squadra e capacità di valorizzare le risorse di casa.

 

Transumanze: dal senso di autorealizzazione alla realizzazione interiore di senso Dicembre 14, 2006

Archiviato in: Senza Categoria — pensoacolori @ 6:30 am

Lo dice la logoterapia, ma non solo. E’ una dimensione che si rivela semplicemente tramite il ”buon senso”, dal fare silenzio per un momento nella propria vita e ascoltare la voce interiore.

Nel nostro tempo, facciamo sempre più fatica a staccare la spina, a decellerare e riappropriarci di cinque minuti di silenzio per noi, per ascoltarci, semplicemente.

Siamo stati educati alla realizzazione come fine a se stesso, non come mezzo per trascendere noi stessi.

Dobbiamo definire sin da subito il nostro futuro. Basta pensare a cosa succede in questo periodo nelle scuole, di ogni ordine e grado, tutte prese alla ricerca di “clienti”, a offrire esperienze di scuola aperta, di orientamento per la scelta della professione, in vista della scadenza delle iscrizioni il prossimo 31 gennaio.

Ecco, non ho ancora visto una scuola che, invece di invitare ragazzi e genitori a prendere visione delle possibilità offerte dal proprio sistema formativo, offra ai propri allievi un luogo per ascoltarsi, per fare silenzio e prendere le decisioni significative per la propria vita.

Come se questo spazio prettamente individuale e che fa riferimento alla dimensione affettiva oltrechè razionale non possa essere approfondito in un ambito come quello scolastico, deputato invece per eccellenza alla crescita e allo sviluppo della persona.

Domani sarò in una scuola di Matelica, ovviamente invitato a “parlare” di orientamento e la mia decisione è quella di aiutare i ragazzi a fare silenzio e far emergere le loro voci interiori.

Se riusciamo a staccare la spina della corsa alla autorealizzazione e ci concentriamo su noi stessi, lasciando fluire i nostri sentimenti e le nostre emozioni, scopriremmo che il significato del nostro essere sta nella realizzazione interiore, nel riuscire a declinare i diecimila significati che la vita ha posto dentro di noi e fuori di noi, invitandoci a realizzarli.

 

Transumanze: dai segni dei tempi al tempo dei segni Dicembre 13, 2006

Archiviato in: Senza Categoria — pensoacolori @ 7:34 am

“Si diffonde sempre più tra gli esseri umani la persuasione che le eventuali controversie tra i popoli non debbono essere risolte con il ricorso alle armi; ma invece attraverso il negoziato. Vero è che sul terreno storico quella persuasione è piuttosto in rapporto con la forza terribilmente distruttiva delle armi moderne; ed è alimentata dall’orrore che suscita nell’animo anche solo il pensiero delle distruzioni immani e dei dolori immensi che l’uso di quelle armi apporterebbe alla famiglia umana; per cui riesce quasi impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia. Però tra i popoli, purtroppo, spesso regna ancora la legge del timore. Ciò li sospinge a profondere spese favolose in armamenti: non già, si afferma – né vi è motivo per non credervi – per aggredire, ma per dissuadere gli altri dall’aggressione. È lecito tuttavia sperare che gli uomini, incontrandosi e negoziando, abbiano a scoprire meglio i vincoli che li legano, provenienti dalla loro comune umanità e abbiano pure a scoprire che una fra le più profonde esigenze della loro comune umanità è che tra essi e tra i rispettivi popoli regni non il timore, ma l’amore: il quale tende ad esprimersi nella collaborazione leale, multiforme, apportatrice di molti beni”.(Giovanni XXIII, Pacem in Terris, Cap. 67)

Nel testo di una importante enciclica Giovanni XXIII parlò per primo dei “segni dei tempi” indicando all’umanità un nuovo scenario che andava svolgendosi sotto gli occhi di tutti. Da allora il termine ha indicato la tendenza a osservare i mutamenti attraverso l’analisi dei fenomeni che emergono dalla storia contemporanea.

Transumanza, dai segni dei tempi al tempo dei segni: i simboli, le tradizioni, i valori che occorre riscoprire o riattualizzare nella nostra storia di uomini e nella nostra vita quotidiana. E’ giunto il tempo di ricercare attraverso la memoria, attraverso il racconto e l’analisi del passato, quei simboli, che da sempre hanno illuminato i perscorsi individuali e delle società, indicando la strada da percorrere, il valore da realizzare, il significato da scoprire.

Il nobel per la letteratura Iosif Brodskij affermò che la memoria, come l’amore, permette di mantenere uno sguardo sereno sulle cose.

Nel nostro tempo dovremo riscoprire alcuni segni che ci permettono di andare avanti,  di avere fiducia nonostante tutto ciò che ci accade intorno,  mantenendo alta la speranza di un futuro migliore.

 

Transumanze: dal valore della ricchezza alla ricchezza dei valori Dicembre 12, 2006

Archiviato in: Senza Categoria — pensoacolori @ 7:37 am

Nel mondo del mercato, dove ogni cosa si trasforma in merce da vendere o acquistare,  è fondamentale prendere una posizione rispetto al valore che si attribuisce al denaro, alla sua funzione, la posizione sociale e il potere che anch’esso come merce determina.

Le persone possono essere libere da vari condizionamenti, ma una delle cartine al tornasole per conoscere la vera libertà delle persone è legata al significato che attribuiscono al denaro. Varie volte nel corso della mia esistenza mi è capitato di conoscere delle persone che si sono rivelate nella loro vera essenza nel momento in cui, di fronte al dover mettere mano al portafoglio, hanno rinunciato a qualcosa o hanno modificato un loro atteggiamento.

Uno credo che la vera libertà, libertà dal bisogno e libertà per affermare se stessi passa attraverso il riconoscimento della ricchezza come valore limitato e transitorio, non assolutizzato e necessariamente il primo della scala dei valori.

Il denaro è un mezzo e non il fine. Serve e permette di stare bene, ma non è l’antidoto contro l’infelicità o il passaporto per la felicità ed il successo.

La vera ricchezza è la realizzazione interiore di senso. 

La vera ricchezza è data dalla capacità di realizzare i valori della propria scala valoriale, non necessariamente con in cima il valore del denaro.

Cito una storia emblematica per manifestare fino in fondo il mio pensiero.

La riporta Vittorio Zucconi sull’ultimo numero dell’inserto settimanale La Repubblica delle Donne che esce ogni sabato.

E’ la storia di un cittadino americano Larry Stewart che sta morendo in un ospedale. Quest’anno i barboni e gli straccioni di Kansas City non avranno il loro babbo natale che batterà le strade della città con un sacco pieno di bigliettoni da cento dollari distribuendoli ai poveri. 

Larry Stewart era stato anch’egli un barbone, una volta era entrato in un “diner” americano con una fame nera e aveva ordinato la più sontuosa colazione che avesse mai sognato. Uova fritte, salsiccie, pancetta, pancakes ai mirtilli, sciroppo d’acero, caffè come se piovesse, torta di mele con palla di gelato sopra. Al momento di ricevere il conto, disse che aveva perduto il portafoglio. “Ha ragione” gli aveva risposto l’oste, chinandosi per raccogliere 20 dollari che lui stesso, il padrone, aveva gettato in terra. Glieli aveva dati in modo che potesse pagarsi la colazione e gli fossero avanzati qualche spicciolo per tirare avanti.

Nel tempo Stewart aveva provato a fare diversi lavori, e l’ultimo come venditore casa per casa dell’abbonamento ad una ditta telefonica, gli aveva permesso di mantenersi con uno stipendio regolare.

Dopo cinque anni di attività l’uomo aveva creato uan propria rete di venditori e la società Sprint per cui vendeva gli abbonamenti, per non perdere la propria clientela, si disse disposta ad acquistare il suo pacchetto clienti.

Larry Stewart si ritrovò ricco con 50, 2 milioni di dollari, il prezzo pagato dalla società telefonica per la sua rete di clienti.

Era il 1992, e in quel periodo la polizia di Kansan City aveva cominciato a notare qualcosa di strano. Quando si avvicinava il Natale, la popolazione dei senzatetto, di clochard, dei poveri che si ritrovavano nei luoghi di raccolta, improvvisamente esibiva vestiti e scarpe nuove. Lasciavano le cucine delle chiese ed entravano nei ristoranti per farsi sontuose mangiate.

Si favoleggiava di lotterie truccate, di biglietti gratta e vinci taroccati, di soldi sporchi diffusi dalla mafia di kansas City, per arruolare “soldati” a buon mercato nelle strade.

Alla fine fu lo stesso Stewart a confessare al sindaco della città che era lui il seminatore di dollari.

“In cambio di cosa?” Si informò il sindaco, sospettoso.

“Per la gioia di vedere su quei volti la stessa espressione che feci io, quando mi regalarono la colazione”.