“Gli avvenimenti della vita di ciascun uomo, presi sia singolarmente, sia nella loro globalità, non sono mai insignificanti. Il lento progredire della personalità è legato intimamente a fatti, ad incontri, ad esperienze”. Devo a Pietro, la scoperta della presenza della volontà di significato.
Pietro era di Milano, anche se la sua origine era siciliana.
Quando l’ho conosciuto mi ha raccontato che ricordava ancora il suo viaggio da bambino che lascia la sua casa, a Siracusa, e con la famiglia affronta il viaggio per trasferirsi in un quartiere della periferia milanese. Mi aveva raccontato le sue emozioni relativamente al ritrovarsi perso in un luogo che non conosceva e quanto gli era costato inserirsi, provare a creare legami con gli altri bambini.Pietro nel tempo si era adattato a rimanere in questo luogo, nel quale il destino lo aveva scaraventato nel corso della sua infanzia.Aveva conosciuto la droga e durante la giovinezza si erano aperte varie volte le porte del carcere di San Vittore.A trentacinque anni, dopo venti anni di eroina aveva deciso di farla finita con la vita. Si era preparato a morire con la droga, visto che lui la spacciava e dunque poteva ottenerne in grandi quantità.Chiuso nella sua camera, nella solitudine esistenziale dei disperati, si era preparato diverse siringhe di eroina, che si iniettava in serie, per arrivare all’overdose e farla finita. Ma anche di fronte a questa situazione limite, riaprendo ogni volta gli occhi, esausto sul letto del buco di stanza dove viveva, insistendo nella sua intenzione suicida, dopo l’ennesima dose, non riuscendo a morire, si era detto che doveva ricercare un’altra strada. E nonostante avesse toccato il fondo, dentro qualcosa gli diceva che poteva cambiare la sua vita.
Quella voce che nonostante le condizioni in cui viviamo non ci abbandona mai, perché è la nostra parte sana, è quella parte che Frankl chiama la volontà di significato che ci aiuta a realizzare i compiti della nostra vita. Pietro l’aveva sentita e ascoltandola aveva deciso di provare a modificare il suo atteggiamento, il suo stile di vita così radicato nel mondo della tossicodipendenza.Scelse la strada della comunità di recupero. A 39 anni.
Tre di comunità, uno di lavoro esterno e a 44 anni la decisione di iniziare il lavoro come operatore per aiutare quelli che erano stati come lui, tossicodipendenti e maledetti.
Pietro è morto nel 2003, ma la sua figura ancora spicca tra quanti l’hanno conosciuto, per la sua capacità di vivere la vita intensamente, in maniera autentica, senza sprecare nulla di quanto ci viene concesso.