Penso a Colori

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Messaggio in bottiglia lanciato nell’oceano Maggio 30, 2008

Archiviato in: 1 — pensoacolori @ 9:19 pm

Vorrei tentare una missione che non è per niente impossibile. Basterebbe che alcuni raccogliessero il messaggio che sto virtualmente inserendo nella bottiglia di vetro e sto gettando nell’oceano della rete. Cerco persone disponibili ad impegnarsi per una giusta causa. Il tentativo è quello di creare una rete attraverso la rete: ho pensato anche al nome, la chiamerò “la rete delle persone per bene”. Mi piacerebbe che attraverso il contatto misterioso ed invisibile, ma sempre vivo di internet, una comunità di persone in sintonia tra loro possano creare azioni volte al bene comune. Il messaggio che invio è di usare il buono che c’è in ogni persona, a partire dalle idee, conoscenze, esperienze maturate nel corso delle differenti esistenze, nel corso del tempo, poichè l’umanità intera senza distinzioni possa entrarne in possesso, perchè la conoscenza, come la poesia non è solo di qualcuno, ma è patrimonio di tutti, è…di chi gli serve… conoscenze utili per iniziare a cambiare veramente lo stato di avanzata putrefazione di molta parte della nostra società. Vorrei che, attraverso il continuo ed incessante pulsare della rete, come il sentire ritmico del cuore del mondo, il respiro universale del crato, si arrivi a cambiare realmente il cuore e la mente delle persone, ed attraverso la rete gli uomini e le donne di buona volontà estendano “il virus della buona creanza” nell’universo mondo.

Mi sono svegliato stamattina e ho scoperto che era solo un sogno. Ma la senzazione che mi ha lasciato mi accompagna ancora adesso che sto per andare a coricarmi di nuovo…

 

Perle di logoterapia Maggio 30, 2008

Archiviato in: 1 — pensoacolori @ 5:19 am

 

Scriveva V. Frankl: “… oggi l’educazione non può far a meno di mettere in guardia contro il rischio di porre a confronto il giovane con esigenze, di pretendere qualcosa da lui, di sottoporlo a tensione; così facendo, una tale pedagogia mostra soltanto di fare affidamento su una teoria motivazionale da tempo superata, secondo la quale l’uomo non necessita nel profondo e alla fine di null’altro che di «tension reduction», cioè di evitamento e di riduzione della tensione attraverso il soddisfacimento dei bisogni. L’uomo invece ha bisogno di tensione, e soprattutto ha bisogno e gli è benefica quella tensione che si stabilisce nel campo di forza polare fra sé e uno scopo che si prefigge, un compito che si sceglie, oppure – per dirla con Karl Jaspers – una «cosa che egli fa sua». E credete a me, un neurologo ormai vecchio: se c’è qualcosa che ha la capacità di aiutare l’uomo a superare le difficoltà, questa è la coscienza di un significato che attende ancora di essere realizzato. Per combinazione conosco molto bene la letteratura internazionale concernente la psicologia dei campi di concentramento, e posso dire che i risultati della ricerca scientifica stabiliscono concordemente che in fin dei conti la possibilità di sopravvivenza dipendeva dal fatto che la persona era orientata verso il futuro, verso un compito che pensava di realizzare nel futuro, nella libertà.
E com’è la situazione oggi? 
Ovunque gli uomini, e specialmente i giovani, soffrono di un sentimento di mancanza di significato. Essi dispongono dei mezzi per vivere, ma sono privi di un fine per il quale vivere, per il quale continuare a vivere, fosse anche solo per questo. John Glenn, l’astronauta americano della prima ora, ha detto una volta: «Ideals are the very stuff of survival». Senza l’orientamento agli ideali l’uomo e l’umanità non possono sopravvivere; ma ciò produce appunto tensione, si deve lottare, si deve aspettare; in una parola: c’è bisogno della cosiddetta tolleranza alla frustrazione, e la si deve aver allenata. Purtroppo l’educazione odierna, preoccupata soprattutto di minimizzare la tensione, educa addirittura ad una intolleranza alla frustrazione, ad una sorta di immunodeficienza psichica, se così posso esprimermi. Ne consegue che i giovani sono incapaci di «ingoiare» le frustrazioni, incapaci di differire la realizzazione dei loro desideri, incapaci di fare a meno di qualcosa che non hanno ancora, o di sacrificare qualcosa che già possiedono. Nella loro intolleranza alla frustrazione i giovani non sono più capaci di evitare il dolore evitabile e di sopportare il dolore inevitabile. Tanto meno provano compassione per qualcun altro, poiché hanno compassione solo di se stessi.“ ( V.E. Frankl, Esperienza di montagna ed esperienza di senso).

 

Ritorno spesso a questo articolo perchè rappresenta la migliore sintesi per concepire il messaggio positivo della logoterapia, sia rispetto la visione del mondo che offre, sia rispetto l’idea che propone circa l’educazione delle persone in generale e nei confronti delle giovani generazioni.

 

La frase che al meglio rappresenta la visione del mondo è la seguente: “Se c’è qualcosa che aiuta l’uomo a superare le difficoltà questa è la coscienza di un significato che attende ancora di essere realizzato”.

Non riesco a pensarla diversamente. L’uomo mantiene una libertà interiore incredibile, perchè anche nelle peggiori situazioni che si trova a vivere può riuscire a liberarsi dall’oppressione della sua condizione, per elevarsi e trasformarsi riuscendo a vivere una prestazione. Ne consegue che non c’è nulla di definitivo nella vita delle persone. Anche se dobbiamo fare tutti i conti con un tempo definito.

 

La frase che riguarda il modo di intendere l’educazione:  ”Senza l’orientamento agli ideali l’uomo e l’umanità non possono sopravvivere; ma ciò produce appunto tensione, si deve lottare, si deve aspettare; in una parola: c’è bisogno della cosiddetta tolleranza alla frustrazione, e la si deve aver allenata.”

Educare vuol dire aiutare a vivere le frustrazioni. Non bisogna fare di tutto per evitarle.   

 

Prima il dovere e poi il piacere Maggio 29, 2008

Archiviato in: 1 — pensoacolori @ 3:42 pm

Il filosofo tedesco Immanuel Kant (1724-1804) nella sua Metafisica dei costumi, specificamente nella seconda parte, ossia nei Principi metafisici della dottrina delle virtù, scrive che “la felicità è la conseguenza dell’osservanza del dovere” e che “la legge deve precedere il piacere perchè esso venga percepito”.

Mi è capitato di leggere questa citazione in un libro scritto da Viktor Emil Frankl alcuni anni fà e ripubblicato dall’editrice Paoline nel 2007. Il titolo del libro è “Come ridare senso alla vita”.

Ho riletto il libro in questi giorni, nel corso di una breve vacanza che ho vissuto assieme a mia moglie e ad una coppia di amici.

Il tema della felicità e della realizzazione interiore di senso, viene trattato da Frankl in questo libro che raccoglie alcune conferenze radiofoniche tenute tra il 1951 ed il 1955 dagli studi dell’emittente “rosso-bianco-rosso” di Vienna.

Con un linguaggio semplice ed accattivante, lo psichiatra viennese narra episodi autobiografici; piuttosto che parlare di psicoterapia, effettivamente “fà” psicoterapia.

Una psicoterapia attraverso l’etere, che arriva alla collettività.

Un bel libro, da leggere in poco tempo.

Mi viene in mente che il proverbio “prima il dovere e poi il piacere”, contiene questa verità che è stata rintracciata nel passato da vari autori, a cominciare da Kant e ripresa anche da Frankl.

 

 

Volontà e costanza Maggio 25, 2008

Archiviato in: 1 — pensoacolori @ 5:36 pm

“La volontà batte il genio, la costanza vince sull’intelligenza”. Mi è tornata in mente questa espressione, mentre salivo con la bicicletta verso il paese di Maiolati Spontini, alcuni giorni fa.

La strada dei castelli è una delle “classiche” che gli appassionati di bici percorrono nelle nostre zone.

Mi succede spesso, quando sono sotto sforzo fisico, di fare caso alla maggiore produzione di idee e pensieri che la mia mente sviluppa in quei momenti. A volte, alcune idee che poi ho trasferito in relazioni ed incontri che svolgo per il mio lavoro, sono maturate proprio nel momento del massimo sforzo fisico.

Non so se è naturale, ma ormai posso dire che, per prepararmi a qualche incontro, non manco di prevedere una corsa in bicicletta nelle settimane precedenti, in modo da “impostare il discorso”.

La frase scritta all’inizio di questo blog  è emersa assieme ad un ricordo nitido e preciso, relativo al periodo in cui vivevo e lavoravo a Venezia, presso l’Istituto “Arti e Mestieri” gestito dai Salesiani.

Mio padre non aveva apprezzato la scelta di iscrivermi, dopo la maturità, alla facoltà di magistero di Padova, per studiare Psicologia.

Per ottenere ciò che ritenevo essere importante per la mia vita, avevo cercato un lavoro che mi permettesse di mantenermi.

La possibilità di lavorare nell’isola di San Giorgio Maggiore dove i salesiani gestivano una scuola con convitto si era realizzata nel corso dell’estate, quasi senza sforzo, poichè da anni durante le vacanze in montagna, la mia famiglia ed io frequentavamo la messa domenicale, presso la colonia alpina di Auronzo di Cadore gestita dalla stessa comunità di religiosi.

Ma il riferimento al detto iniziale non riguarda la mia esperienza, quanto un incontro specifico, del quale conservo appunto una memoria ancora viva.

Rivedo l’ingresso della comunità, la banchina del piccolo porticciolo annesso all’Isola, e io che ascolto due vecchi salesiani che stanno conversando tra loro.

Succedeva che, nei week-end, non potendo scendere tutte le settimane nelle Marche, rimanevo a studiare in istituto. Ogni tanto, il sabato o la domenica pomeriggio, mi concedevo una pausa, scendendo a conversare con alcuni anziani religiosi che vivevano nella comunità.

Due persone in particolare ricordo molto volentieri per lo spirito con il quale affrontavano la vecchiaia.

Sono loro i due salesiani che mi sono tornati alla memoria e che sono legati al detto.

Il signor Giovanni ed il signor Benedetto. 

Il signor Giovanni era come il signor Benedetto un coadiutore salesiano. I coadiutori salesiani sono figure di laici che vivono in comunità, fanno il voto di castità e di obbedienza, ma non sono sacerdoti.

Il signor Giovanni era stato l’autista di Papa Pacelli. Nella foto in cui si vede il papa con le braccia aperte verso in cielo in piedi sul predellino dell’auto durante il bombardamento di Roma, al quartiere San Lorenzo, il signor Giovanni era lì, e ricordo come mi era sembrato interessante la sua prospettiva diversa da quella del mondo intero. La foto di quell’evento infatti (un Papa era uscito dal Vaticano per stare con i romani in quel doloroso momento) aveva fatto il giro del mondo.

Il signor Benedetto era stato il primo salesiano arrivato a San Giorgio Maggiore, invitato dal Conte Cini che aveva concesso alla comunità dei Salesiani uno spazio per promuovere iniziative a favore dei giovani. Apparteneva ad una famiglia facoltosa della provincia vicentina, ma la ricchezza non lo aveva sedotto, il suo cuore era stato stregato dalla figura di Don Bosco . Ancora giovane, aveva deciso di prendere i voti come coadiutore salesiano. Nella comunità si occupava della cantina, e sento ancora l’odore tipico di fresco, di umido e di vino, quando lo aiutavo a preparare le bottiglie per la cena.

 

Il valore dello sport nella educazione dei giovani Maggio 21, 2008

Archiviato in: 1 — pensoacolori @ 5:11 am

Come psicologo formatore, mi capita di incontrare periodicamente gli allenatori, i dirigenti di una scuola calcio della nostra zona. La Junior Jesina scuola calcio Roberto Mancini.

Pubblico sul blog alcuni spunti tratti dall’incontro con i genitori dei ragazzi che frequentano la scuola calcio. Buona lettura

Il valore dello sport nell’educazione dei giovani

L’essere umano vive per sua natura in relazione con gli altri. E’ una sua necessità di cui non può fare a meno. Pensate ai nostri organi di senso: sono costruiti in maniera tale da permetterci di uscire da noi stessi per andare verso qualcosa o qualcuno.

In effetti la possibilità di realizzazione di un Io è sempre verso un Tu. Qualcuno diceva, “Io sono le persone che incontro”. Nel corso di questo incontro vorrei presentare alcuni spunti di riflessione a partire da alcune parole o idee fondamentali, le matrici da cui parte ogni esperienza successiva in tema di sport, educazione, significati e valori per l’esistenza.

 

Educare: educare = venire fuori, tirar fuori

Educare vuol dire aiutare l’altro a venire fuori, a manifestarsi, a realizzarsi secondo le sue potenzialità. Ogni persona ha un potenziale innato ed acquisito che può manifestarsi: occorre aiutare la persona, il ragazzo, il bambino a realizzarlo. E’ questo il senso più autentico di ogni relazione educativa. Aiutare l’altro ad aiutarsi da sé. Significa che la condizione di aiuto può essere autentica, se teniamo in considerazione i tempi di crescita di ogni persona. Rispettare l’altro e il suo essere persona che diviene nel tempo. L’educazione non ha fretta, è un tempo di attesa e non di pretesa.

In educazione è bandita la fretta. La fretta è la più grande rinuncia in educazione.

Vedere il bello delle cose, la bellezza e lo stupore degli incontri tra le persone

Educare al bello – L’ascolto va privilegiato nella educazione

Educare all’ascolto, esigendo tempi di ascolto e di attenzione.

Tre domande continue: Chi sei, cosa fai, dove vai?

Oggi il calcio, ma ogni sport deve mettere al centro la vita dei ragazzi.

Assistiamo al cambiamento di un certo modo di vedere il calcio. Fino a pochi anni fa, era “la palla” al centro del mondo del calcio, anche di quello dei ragazzi. Cioè si puntava al risultato, alla vittoria ad ogni costo, senza se e senza ma…

Oggi il centro del calcio è rappresentato dal bambino, il calcio delle squadre giovanili comincia davvero ad essere un calcio a misura di bambino.

Il calcio è un gioco

I bambini hanno bisogno di giocare, come priorità assoluta nella loro vita. Attraverso il gioco apprendono a stare al mondo. Non gli è richiesto altro, non sono adulti.

Allora è importante far vivere ai bambini esperienze di movimento, di divertimento legato all’azione di gioco. E’ uno sfogo, noi avevamo la strada, passavamo ore a giocare nelle vie della nostra città, ci sbucciavamo le ginocchia sull’asfalto ed ancora prima sulla strada sterrata. Vivevamo il nostro ambiente lì dove era, dal di dentro. Il rischio è che i nostri figli non possono vivere le stesse nostre esperienze. Vivono paradossalmente l’ambiente dentro casa, gli abbiamo creato una realtà finta che supplisce quella vera, si muovono ad esempio davanti un “aggeggio” che si chiama wii fit che simula la realtà. Uno pensa di fare una passeggiata, perché il video davanti a lui gli fa vedere un percorso, ma in realtà non si è mosso veramente, non ha respirato l’aria all’esterno, non ha percorso realmente un tragitto, non ha corso fuori…

Allora occorre ritornare al gioco di strada, ma laddove non è possibile, l’esperienza dello sport giocato fuori, in gruppo, supplisce magnificamente la “perdita della strada”, ricordo della nostra infanzia.

Il calcio è un gioco di gruppo

Fare giocare tutti i bambini

Il bambino sperimenta la relazione interpersonale, nella libertà della sua autonomia.

 

Le life skills: competenze per la vita

L’unione europea e l’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno indicato nella promozione della educazione “life skills”, uno degli obiettivi prioritari delle politiche educative e degli interventi da promuovere nei confronti delle nuove generazioni e degli adulti.

Le life skills fondamentali sono le seguenti:

·     Problem Solving: affrontare e risolvere in modo costruttivo i problemi quotidiani

  • Pensiero critico e pensiero creativo: analizzare la situazione in modo analitico, esplorando le possibili alternative e trovando soluzioni originali
  • Comunicazione efficace: esprimersi in modo appropriato alla situazione e all’interlocutore, sia a livello verbale sia a livello non verbale
  • Empatia: riconoscere, discriminare, condividere le emozioni degli altri
  • Gestione delle emozioni e gestione dello stress: riconoscere  e regolare le proprie emozioni e gli stati di tensione
  • Efficacia personale: poter organizzare efficacemente una serie di azioni necessarie a fronteggiare nuove situazioni, prove e sfide
  • Efficacia collettiva: sistema di valori e credenze condivise da un gruppo circa la capacità di realizzare obiettivi comuni

Educare al valore dello sport è educare alla fatica, al sudore.

C’è il rischio di evitare le esperienze frustanti ai ragazzi. Ma non capiamo che così tarpiamo loro le ali. Educare alla intolleranza alla frustrazione è negativo: educare e modulare le esperienze che richiedono attesa, realizzazione di obiettivi, in una parola il divenire.

Non dobbiamo aver paura, i ragazzi sentono la nostra paura e si adeguano.

Riscoperta dei valori della vita (il calcio è una metafora della vita)

Educare è allenare: Bisogna allenare i ragazzi a saper affrontare le difficoltà, perché possano risolverle. Si può rischiare nella vita, e si può andare avanti.

Rialzarsi e riprendere la corsa. L’errore non deve essere visto come qualcosa di negativo, ma anche come qualcosa di positivo. L’errore è la spina dorsale di ogni progresso e di ogni miglioramento.

Sbagliare è progredire, la vita come la competizione, procede per problemi e per errori.

Alla fine, passando attraverso gli errori, avrai migliorato la tua prestazione.

Allenare i ragazzi a superare gli errori significa irrobustirli interiormente, cosicché saranno in grado di affrontare le inevitabili situazioni difficili che si presenteranno nella loro vita.

Obiettivo di ogni sana educazione è far sì che i ragazzi acquisiscano quella forza interiore per rimettersi in gioco, per non lasciarsi andare alla disperazione.

Educare è proporre una meta ed accompagnarlo nella sua realizzazione

  • aiutare ad avere coraggio
  • aiutare a non arrendersi di fronte le difficoltà
  • aiutare a superare la paura del divenire
  • aiutare a tollerare le frustrazioni
  • aiutare ad apprezzare le diversità
  • aiutare a concepire il gioco come benessere interiore oltrechè fisico
  • aiutare a stare bene in gruppo, apprezzando l’apporto di tutti, nessuno escluso

Necessità di un nuovo patto educativo tra agenzie che educano

L’allenatore ed il genitore debbono stringere una alleanza educativa

Oggi la vera emergenza è questa.

L’allenatore è vincente se educa, contrariamente al passato nel quale si affermava che l’allenatore era vincente se affermava il primato dei risultati sulle esigenze della squadra, sulle esigenze degli allievi.

Educare allo sport è educare alla lealtà, al fair play che è una regola non scritta in nessun regolamento, ma sta alla base di ogni sport. Il rispetto dell’altro che si apprende nel gruppo e diventa rispetto dell’arbitro e delle sue decisioni, rispetto dell’allenatore

Sintetizzando: giocare per divertirsi, giocare con lealtà, attenersi alle regole del gioco, rispettare i compagni, gli avversari gli arbitri, accettare le sconfitte, rifiutare la violenza e tutte le pratiche che recano danno allo sport (doping, razzismo, forme di corruzione…). Avere a cuore il destino dei ragazzi, è la preoccupazione di ogni genitore, di ogni educatore. E’ questa la ragione ultima della educazione attraverso lo sport. Offrire ai ragazzi la possibilità di migliorarsi, di vivere la vita con un senso, dignità e passione.

Ed ultimo, ma non in ordine di importanza:

Educare al sogno: il sogno, il pensiero più bello. Quanti genitori parlano con i loro figli dei loro sogni? Occorre ridare ai ragazzi il significato autentico della parola sogno. Sogno non è il territorio dell’impossibile, ma il territorio del lecito, anche se il minore va aiutato a “volare con ancore e zavorre”. Altrimenti il rischio della frustrazione è molto grande.