Scriveva V. Frankl: “… oggi l’educazione non può far a meno di mettere in guardia contro il rischio di porre a confronto il giovane con esigenze, di pretendere qualcosa da lui, di sottoporlo a tensione; così facendo, una tale pedagogia mostra soltanto di fare affidamento su una teoria motivazionale da tempo superata, secondo la quale l’uomo non necessita nel profondo e alla fine di null’altro che di «tension reduction», cioè di evitamento e di riduzione della tensione attraverso il soddisfacimento dei bisogni. L’uomo invece ha bisogno di tensione, e soprattutto ha bisogno e gli è benefica quella tensione che si stabilisce nel campo di forza polare fra sé e uno scopo che si prefigge, un compito che si sceglie, oppure – per dirla con Karl Jaspers – una «cosa che egli fa sua». E credete a me, un neurologo ormai vecchio: se c’è qualcosa che ha la capacità di aiutare l’uomo a superare le difficoltà, questa è la coscienza di un significato che attende ancora di essere realizzato. Per combinazione conosco molto bene la letteratura internazionale concernente la psicologia dei campi di concentramento, e posso dire che i risultati della ricerca scientifica stabiliscono concordemente che in fin dei conti la possibilità di sopravvivenza dipendeva dal fatto che la persona era orientata verso il futuro, verso un compito che pensava di realizzare nel futuro, nella libertà.
E com’è la situazione oggi? Ovunque gli uomini, e specialmente i giovani, soffrono di un sentimento di mancanza di significato. Essi dispongono dei mezzi per vivere, ma sono privi di un fine per il quale vivere, per il quale continuare a vivere, fosse anche solo per questo. John Glenn, l’astronauta americano della prima ora, ha detto una volta: «Ideals are the very stuff of survival». Senza l’orientamento agli ideali l’uomo e l’umanità non possono sopravvivere; ma ciò produce appunto tensione, si deve lottare, si deve aspettare; in una parola: c’è bisogno della cosiddetta tolleranza alla frustrazione, e la si deve aver allenata. Purtroppo l’educazione odierna, preoccupata soprattutto di minimizzare la tensione, educa addirittura ad una intolleranza alla frustrazione, ad una sorta di immunodeficienza psichica, se così posso esprimermi. Ne consegue che i giovani sono incapaci di «ingoiare» le frustrazioni, incapaci di differire la realizzazione dei loro desideri, incapaci di fare a meno di qualcosa che non hanno ancora, o di sacrificare qualcosa che già possiedono. Nella loro intolleranza alla frustrazione i giovani non sono più capaci di evitare il dolore evitabile e di sopportare il dolore inevitabile. Tanto meno provano compassione per qualcun altro, poiché hanno compassione solo di se stessi.“ ( V.E. Frankl, Esperienza di montagna ed esperienza di senso).
Ritorno spesso a questo articolo perchè rappresenta la migliore sintesi per concepire il messaggio positivo della logoterapia, sia rispetto la visione del mondo che offre, sia rispetto l’idea che propone circa l’educazione delle persone in generale e nei confronti delle giovani generazioni.
La frase che al meglio rappresenta la visione del mondo è la seguente: “Se c’è qualcosa che aiuta l’uomo a superare le difficoltà questa è la coscienza di un significato che attende ancora di essere realizzato”.
Non riesco a pensarla diversamente. L’uomo mantiene una libertà interiore incredibile, perchè anche nelle peggiori situazioni che si trova a vivere può riuscire a liberarsi dall’oppressione della sua condizione, per elevarsi e trasformarsi riuscendo a vivere una prestazione. Ne consegue che non c’è nulla di definitivo nella vita delle persone. Anche se dobbiamo fare tutti i conti con un tempo definito.
La frase che riguarda il modo di intendere l’educazione: ”Senza l’orientamento agli ideali l’uomo e l’umanità non possono sopravvivere; ma ciò produce appunto tensione, si deve lottare, si deve aspettare; in una parola: c’è bisogno della cosiddetta tolleranza alla frustrazione, e la si deve aver allenata.”
Educare vuol dire aiutare a vivere le frustrazioni. Non bisogna fare di tutto per evitarle.