Penso a Colori

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Il magnaccia e il mascalzone Giugno 29, 2008

Archiviato in: 1 — pensoacolori @ 5:34 pm

Che Berlusconi fosse un puttaniere certamente non l’ha scoperto Di Pietro. Della cosa si erano già abbondantemente occupati i giornali di gossip. Ora, il fatto nuovo è che il governo sta perdendo consensi perchè la gente ha capito che anche stavolta non cambierà nulla. Il cavaliere ci ha messo poco a consumare la luna di miele con gli italiani. Un uomo del genere non sarà mai uno statista, neanche se si mettesse a regalre i soldi per strada. Troppo evidente il suo interesse privato nelle misure che la maggioranza gli sta ritagliando addosso. Troppo sfacciato il movimento per salvarsi dal processo di Milano. Il problema è che le tasse stanno già aumentando, si prevedono tempi ancora più duri per il caro petrolio. Dunque si usano tutti i mezzi per parlare di altro, anche dell’attacco di Di Pietro che ha solo commentato su una verità così evidente che solo gli ipocriti o gli sciocchi non vogliono vedere.

Di Pietro è l’unico, nel panorama della opposizione di questo paese, che ha la credibilità per poter parlare.

Il leader dell’Italia dei valori ha inviato una lettera a Beppe Grillo. La pubblico anch’io, perchè ritengo che occorra svegliarci e cominciare a dire basta.

Caro Beppe,
ci sono momenti nella vita delle nazioni in cui i cittadini devono fare delle scelte. Momenti in cui non si può più fare finta di niente e continuare a credere che, in fondo, nulla veramente cambierà. Le leggi che continuamente vengono proposte dal nuovo Governo sono un attentato alla democrazia. Se passano, vincerà il regime e perderà, per un tempo indefinito, la democrazia. Non c’è bisogno dell’esercito per togliere la libertà ai cittadini. E’ sufficiente manipolare l’informazione e, grazie a questa, farsi eleggere in Parlamento. Quindi legiferare contro la Costituzione, contro l’indipendenza della magistratura, contro la sicurezza dei cittadini, contro la libera informazione. Una legge dopo l’altra.
Cosa distingue un primo ministro di una democrazia da un dittatore? Il vero tratto distintivo è l’impunità assoluta del dittatore. Quando Silvio Berlusconi l’avrà ottenuta l’Italia sarà, a tutti gli effetti, una dittatura. Sorprende come opinionisti autorevoli abbiano potuto accreditare Silvio Berlusconi di qualità di statista e come una parte della stessa opposizione abbia creduto di poter avviare con lui le riforme istituzionali. La storia di Berlusconi parla per lui. I suoi innumerevoli processi, la condanna per corruzione giudiziaria del suo avvocato Cesare Previti per la Mondadori, la sua appartenenza alla P2, l’occupazione abusiva delle frequenze di Rete4. L’elenco è interminabile come i danni subiti a causa sua dal nostro Paese. Mi riferisco soprattutto allo spegnersi della coscienza civica, della morale, dell’etica. All’esempio devastante che Berlusconi ha offerto alla nazione e alle giovani generazioni in quasi venti anni, un esempio aggravato dalla sua impunità. Una situazione simile a quella dei ragazzi nei paesi del Sud che ammirano il camorrista o il mafioso locale.
Il Consiglio dei ministri di oggi, 27 giugno 2008, ha approvato il DDL per garantire l’impunità alle prime cariche dello Stato durante l’esercizio del loro mandato, che diventano quindi più uguali degli altri cittadini di fronte alla legge. Nelle scorse settimane sono state presentate dal Governo leggi che definire vergogna è insufficiente. E’ più corretto chiamarle eversive e criminali in quanto minano le basi dello Stato e favoriscono i delinquenti.
La sospensione dei processi per un anno serve a evitare la possibile condanna di Berlusconi al processo Mills di Milano. Altri centomila processi saranno bloccati per reati che vanno dallo stupro, alla truffa, al rapimento di minore. La sicurezza dei cittadini, tanto sbandierata in campagna elettorale da Berlusconi e dalla Lega, è sacrificata all’interesse del presidente del Consiglio. Il divieto di pubblicare le intercettazioni una volta depositate in tribunale a disposizione delle parti, e quindi di fatto già pubbliche, impedirebbe di venire a sapere di Parmalat o dei furbetti del quartierino. Il giornalista che pubblicasse le intercettazioni finirebbe in carcere, il suo editore chiuderebbe e chi ha compiuto il crimine non dovrebbe rispondere all’opinione pubblica. Con questa legge, negli Stati Uniti non ci sarebbe stato il Watergate e Nixon non avrebbe rassegnato le dimissioni. L’Italia dei Valori proporrà un grappolo di referendum per l’abrogazione di queste leggi contro la democrazia, se necessario promuoverà azioni di disobbedienza civile come la pubblicazione degli atti giudiziari. Nessuno può più rimanere a guardare.
L’otto luglio a Roma dalle ore 18:00 in Piazza Navona, in contemporanea con l’iter di approvazione della legge sulle intercettazioni, l’Italia dei Valori insieme a esponenti della società civile ha indetto una manifestazione per la libertà di espressione e per la giustizia.” Antonio Di Pietro

 

La tranquillità dell’anima è la radice di ogni successo Giugno 27, 2008

Archiviato in: 1 — pensoacolori @ 4:03 am

La frase che dà il titolo al post di oggi è stata pronunciata da un monaco benedettino tedesco, nel corso di una intervista televisiva, alcuni giorni fa.

Il fatto è ancora poco noto, ma ne incominciano a parlare i giornali e le tv.

La comunità religiosa nella quale vive ha inciso un cd di canti gregoriani. In Germania il disco sta scalando le classifiche, attestandosi tra quelli più apprezzati anche dalla popolazione giovanile. 

In effetti, se desideriamo il successo, dobbiamo sforzarci di realizzare significati.

Alcuni anni fa, una ricerca ha messo in rapporto il successo e la realizzazione esistenziale.

Si è dimostrato che il successo nella vita non è sempre correlato ad un indice di realizzazione esistenziale, come l’insuccesso non è correlato ad un indice di frustrazione esistenziale.

Le persone che apparentemente erano arrivate ad avere successo nella vita avevano spesso un alto punteggio correlato alla frustrazione esistenziale.

La vera felicità è ottenuta dunque non dall’aver raggiunto il successo, quanto dall’essere riusciti a vivere una realizzazione interiore di significati.

Mi capita a volte di osservare questo vissuto nei miei pazienti: persone frustrate perchè, nonostante siano arrivate ad avere ogni cosa nella loro vita, non sono a contatto con una realizzazione interiore.

L’indicazione che dò è di ritornare a se stessi, ad una coscienza personale che orienta verso i propri valori, ridando spazio all’azione che scaturisce dal dominio di sè, delle proprie passioni, mediante una “tranquillità” dell’anima.

Cito a questo proposito una frase dello scrittore francese Andrè Malraux che  lessi tanti anni fa e che si addice bene all’argomento proposto in questo post.

“Di più, di più, è il grido dell’anima affannata. Ciò che è meno del tutto non può soddisfare l’uomo”.

 

 

Un mondo nuovo, una civiltà nuova Giugno 26, 2008

Archiviato in: 1 — pensoacolori @ 5:05 am

“Corre veloce, ma in che senso, il nostro tempo sconosciuto e strano, e i nostri occhi spaventati guardano ciò che ci circonda e non sanno credere, ad un tecnico sortilegio che pian piano indifferente ci rapina e ci trascina verso una realtà: che non sapremo mai tra entità sconosciute e computers, che non sapremo mai…” (F. Guccini, mondo nuovo).

Questa canzone di Guccini, riascoltata oggi, testimonia il cambiamento avvenuto nella nostra epoca.

Assume un significato profetico, nel senso che quando il cantautore la scrisse, introdusse in maniera antelitteram la crisi della modernità, che noi avremmo poi vissuto.

Il testo della canzone risale infatti agli anni ‘80.

Oggi, con altre parole, padre Bartolomeo Sorge, prevede ciò che sta sotto i nostri occhi, la fine della nostra civiltà.

“… La crisi congiunturale è data dal cambiamento degli equilibri interni della società, ma senza variazioni apprezzabili del quadro generale della cultura e dei valori, sui quali si fondano le istituzioni che sostengono una determinata civiltà. Finchè reggono la cultura e i suoi valori, reggono le istituzioni che su quella cultura si fondano (la famiglia, la scuola, il lavoro, il sistema politico…).[...] Quando invece si trasformano la cultura e i valori su cui si regge l’equilibrio istituzionale, allora la crisi diviene “strutturale”, le istituzioni non reggono più, ma vanno riformate e ripensate. Finisce una civiltà e ne inizia un’altra.” (B. Sorge, educazione alla politica e senso della vita, in Ricerca di Senso vol. 6 n. 2 giugno 2008, p. 164).

Il cambiamento avviene sotto i nostri occhi, aumenta dunque la responsabilità per “l’immaginazione etica” che occorre recuperare in questi frangenti. Attraversiamo questo periodo avendo la fiducia che l’essere umano troverà soluzioni adeguate, significative ed originali per valorizzare, salvare, proteggere le scoperte e le invenzioni realizzate nel corso della sua esperienza.

 

 

La foto e le radici Giugno 24, 2008

Archiviato in: 1 — pensoacolori @ 4:05 am

“La casa sul confine della sera, oscura e silenziosa se ne sta: respiri un’aria limpida e leggera, e senti voci forse d’altra età. La casa sul confine dei ricordi, la stessa sempre, come tu la sai, e tu ricerchi là le tue radici se vuoi capire l’anima che hai. Quanti tempi e quante vite sono scivolate via da te…tu che hai visto mascere e morire gli antenati miei, lentamente, giorno dopo giorno…(F. Guccini, radici, 1972)

Probabilmente era un giorno particolare, forse si celebrava un matrimonio o c’era un’altra occasione per  festeggiare. Gli abiti sono quelli della festa. La famiglia è riunita insieme e guarda il fotografo.

“Pronti, un sorriso! Via!”.

Colpiscono alcuni particolari che rimandano a quel mondo ormai scomparso per sempre: la posizione delle persone ha un significato preciso, gerarchico e di funzione. Al centro, seduti il capofamiglia e la moglie, gli anziani, uomini e donne insieme, le facce “cotte” dal sole. In primo piano i bambini, seduti per terra e quelli in tenera età abbracciati dagli adulti rappresentativi. Infine, in piedi ed in secondo piano gli altri, i figli, le nuore, le sorelle, gli zii e le zie.

Il periodo in cui è stata scattata è tra il 1939 e il 1940, il luogo è la zona detta della “Cornacchia”, a pochi chilometri tra Jesi e Moie di Maiolati, in provincia di Ancona.

E’ la testimonianza più antica della mia famiglia, i miei parenti lontani. Il bambino in primo piano accanto alla donna più anziana è mio padre. La donna anziana è sua nonna, la mia bisnonna Giovanna. Dietro, in piedi, mio nonno Ezio con accanto nonna Irma e le prozie.

Tengo molto a questa foto che mio padre ha ritrovato tra i ricordi di suo padre, dopo la morte qualche anno fà. L’abbiamo fatta girare tra i figli a testimonianza delle nostre radici. Oggi, con i mezzi tecnologici a disposizione la foto, è stata scannerizzata, spedita via mail. Ma, a tenere in mano l’originale, fa un certo effetto. Quel pezzo di carta, sgualcito, usurato dal tempo, ti racconta immediatamente la sua storia, senti che ha un passato da raccontare, e provi un po’ di tenerezza mista a nostalgia… 

 

 

Dereflessione ed intenzione paradossa Giugno 22, 2008

Archiviato in: 1 — pensoacolori @ 4:57 am

 

 

Molti mi chiedono si spiegare le tecniche specifiche che vengono usate nella logoterapia di Frankl.

Di seguito troverete alcuni appunti sulle sue tecniche principali, l’intenzione paradossa e la dereflessione. Nei prossimi post inserirò le altre due tecniche della logoterapia, la modulazione di atteggiamento ed il dialogo socratico.

Per avere ulteriori informazioni potete collegarvi a due siti che trattano di logoterapia. www.logoterapia.it e www.logoterapiaonline.it

 

I metodi della dereflessione e della intenzione paradossa vengono applicati quando una persona è troppo concentrata su di sé, nei casi di disturbi di tipo psicosomatico e di nevrosi d’ansia. L’ansia di attesa viene collegata al sintomo e la persona che vive lo stato ansioso è continuamente orientata a cercare di controllare i sintomi (reali o presunti) che prova su di sé.

Con queste tecniche si riesce a ignorare se stessi e i propri sintomi, che hanno una base psicologica e non fisica.

 

Dereflessione
Si basa sulla capacità di autotrascendenza, cioè spostare l’attenzione del paziente da sé ad altro al di fuori dal sé. La dereflessione viene applicata dove esiste iperiflessione od un egocentrismo esagerato. Quando un paziente si fissa su un desiderio esasperato (es. disturbi dell’insonnia o sessuali) o nelle malattie psicosomatiche. Si struttura sostanzialmente su due passaggi: 1) un segnale di alt (volto all’iperiflessione, desiderio o malattia); 2) un indicatore di direzione (positiva e orientata a significati al mondo esterno). La dereflessione può essere applicata sia singolarmente che in terapie di gruppo e può servirsi di varie strategie creative che non solo distolgono l’attenzione ma l’orientano verso un oggetto significativo per il soggetto.
L’intenzione paradossa
Tecnica della logoterapia che produce una inversione dell’atteggiamento del paziente nei confronti delle sue paure o ossessioni. Si basa sulla capacità di autodistanziamento ed in particolare su quella di ridere delle proprie paure o idee. Con l’umorismo il paziente si distacca da sé, o meglio dalle sue nevrosi ed elevandosi nella dimensione noetica ed opporvi resistenza. Si tratta di sostituire alla paura il desiderio, e dato che questi due aspetti non possono coesistere nello stesso momento, uno annulla l’altro. L’Intenzione Paradossa può essere combinata con training di rilassamento, alcune tecniche comportamentali, ipnosi e psicodramma. L’Intenzione Paradossa non è da confondere con la prescrizione del sintomo.

 

Intenzione paradossa
Per “intenzione paradossa”, Frankl intende la stimolazione al desiderio contrario: la persona viene aiutata a desiderare proprio quello che teme, usufruendo della propria capacità di autodistanziamento. Per meglio spiegare questo concetto, Frankl parte dal “meccanismo di ansietà anticipatoria”, che viene spiegato dallo stesso autore nel modo seguente: “Un dato sintomo evoca, da parte del paziente, l’aspettativa, piena di timore, che una certa cosa possa succedere. Il timore, tuttavia, tende sempre a far accadere precisamente ciò che è temuto e, nello stesso modo, l’ansietà anticipatoria è soggetta con una certa probabilità a far scattare ciò che il paziente con tanto timore si aspetta che succeda. Si viene così a formare un ‘circolo vizioso’ che si sostiene da sé”. Continuando la trattazione sull’ansietà anticipatoria, definita anche ‘ansia di attesa’, Frankl afferma: “… il paziente reagisce ad un dato sintomo con la paura che esso possa ripetersi, con l’ansia di attesa quindi. Da tale ansia di attesa consegue che il sintomo si ripresenta realmente. Un tale accadimento non fa che rinforzare il paziente nella sua originaria paura”. “…il sintomo produce una corrispondente fobia; la fobia rafforza il sin-tomo; il sintomo così rafforzato non fa che conso-lidare tanto maggiormente nel paziente lo stato fobico”.

Da questo stato di cose, consegue che la persona tende a fuggire le situazioni che portano ansia. L’intuizione di Frankl si esprime nel modo seguente: se essa, invece di fuggire o di lottare contro le proprie paure, riesce a desiderarle, il timore scompare. Per meglio spiegarsi, si può dire che la persona deve comprendere di non essere un tutt’uno con le proprie emozioni, ma di poterle fronteggiare e dominare.

Elisabeth LuKas, per esplicitare il concetto, presenta il seguente esempio:

“Supponiamo che un paziente abbia una grande paura di svenire in ascensore. Con l’impiego dell’intenzione paradossa, egli deve salire in ascensore con il fermo desiderio di avere un collasso. Constaterà che quanto più intensamente tenta di svenire, tanto meno ne sarà in grado”. Come si può notare, il principio è assai semplice, mentre meno facile è la sua applicazione: è essenziale applicare nel procedimento l’autodistanziamento, vale a dire il senso dell’umorismo, e, come dice Frankl, “cogliere il lato comico delle cose”! Per aiutare la persona a compiere questo passo, l’operatore stesso deve saper vivere l’umorismo e l’ironia, senza dare l’impressione alla persona che intende aiutare di ridere “di” lei, ma “con” lei, usufruendo di tutta la propria sensibilità. Questa teoria può essere applicata in molti casi; è divertente ricordare un’esperienza della Lukas, che meglio spiega il tutto, come ella stessa racconta: “Non dimenticherò mai l’esercitazione con l’ascensore fatta con una mia paziente al Municipio di Kaiserslautern, alto più di venti piani. Questa signora aveva una terribile paura di ascensori, scale a chiocciola, funivie e sottopas-saggi lunghi e rimbombanti; temeva di sentirsi male e di avere le vertigini, di non riuscire più a respirare e di cadere priva di sensi… Prima di salire in ascensore la pregai di svenire spesso, possibilmente una volta per ogni piano, cioè in totale venti volte (?!). Le promisi di farla rinvenire ogni volta rapida-mente in modo da non farle perdere l’occasione di svenire di nuovo al piano successivo (?!). ‘Se saliamo venti piani, vogliamo sperimentare venti svenimenti; tutto deve essere fatto con un certo ordine!’… Questa espressione umoristica servì a scacciare subito una parte della paura iniziale, quanto ba-stava perché la donna affrontasse il nostro esperi-mento terapeutico. Quando superammo il primo piano mi mostrai delusa per il fatto di vederla ancora in piedi; non era quello che avevamo concordato (?!). Arrivate al secondo piano scossi la testa con impazienza e dissi che doveva affrettarsi per rispettare il programma di svenimenti; al quinto piano cominciai a ricordarle, arrabbiata, che mi aveva promesso almeno uno svenimento e che ora doveva mantenere la parola data… dal decimo piano la incalzai a cercare con ogni mezzo di sudare almeno un po’… la paziente uscì dall’ascensore all’ultimo piano… sorridente… Già lo stesso giorno la paziente riuscì, completamente da sola e senza il mio aiuto, ad andare su e giù sana e salva con l’ascensore del municipio”. Un ulteriore consiglio è che l’interessato, inizialmente, ripeta più volte con l’operatore le formule paradossali, per poi dargli modo di applicarle da solo.