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Una formula matematica per raggiungere risultati sportivi nel calcio Agosto 8, 2008

Archiviato in: 1 — pensoacolori @ 11:09 am

Pubblico una formula matematica utile per il raggiungimento di risultati sportivi nel calcio. La formula è applicabile sia al mondo del dilettantismo sia a quello professionistico. Il fattore F è anche detto fattore C!

Provare ad applicare la formula e non aspettare, i risultati si proporranno direttamente sotto i vostri occhi!

Formula matematica per definire il Risultato Sportivo

 

Risultato AS =  Funzione (A+ C E+ S+ F)

 

dove per

A =  abilità (tecnica, atletica, tattica)

 

C E = condizioni esterne (situazione, arbitro, campo, …)

 

S =  sforzo (in funzione diretta della fiducia in se stesso e del gruppo)

 

F = fortuna

 

L’intervento educativo nel gruppo sportivo Agosto 6, 2008

Archiviato in: 1 — pensoacolori @ 7:42 pm

L’intervento educativo nel gruppo sportivo

 

Lo psicologo è una invenzione della modernità. Solo nell’ultimo secolo appare questa figura, molto controversa tra l’altro, un misto di scienza e folclore, religiosità e filosofia.

Lo trovate un po’ dappertutto, e il rischio è proprio quello di essere tuttologi, tutto e niente.

Vi posso parlare di me, visto che non ci conosciamo, ma io ritengo di essere arrivato alla decisione di fare questa professione sul finire degli anni ’70, quando iniziò a Jesi a circolare l’eroina e molti dei miei amici diventarono tossicodipendenti.

In me in quel periodo, stavo frequentando ragioneria, sentivo che c’era necessità di aiutare ma che per aiutare occorreva anche sapere cosa fare. E mi decisi a intraprendere lo studio della psicologia.

Capii con la lettura di Erich Fromm che aiutare una persona vuol dire aiutarla ad aiutarsi da sola e fu la prima di una serie di verità fondamentali valide per la mia vita professionale e non solo. In seguito con la lettura di un altro gigante della psicologia Viktor Emil Frankl, uno psichiatra austriaco compresi che si può realizzare il significato della propria vita nell’aiutare gli altri a realizzare nella loro vita un significato.

E ora cerco di realizzare i miei valori e le mie responsabilità nella pratica professionale.

Allora la prima domanda è cos fa uno psicologo in una scuola calcio?

L’attività che si porta avanti può essere ricondotta a tre grandi aree di intervento.

L’area della formazione personale, l’area della consulenza e l’area della ricerca.

Intanto lo psicologo aiuta i dirigenti e gli allenatori nel loro compito fondamentale (la mission) di intervento educativo verso i ragazzi, verso gli atleti.

Lo stare insieme, l’associarsi è sicuramente una cosa importante, ma non è sufficiente a definire un gruppo di persone. Occorre anche decidere obiettivi, finalità, e metterle in pratica.

L’obiettivo generale è aumentare le competenze teorico-pratiche, psicologiche e relazionali degli educatori che si occupano dei vari settori giovanili, in modo da favorire relazioni educative autentiche nei confronti dei singoli e dei vari gruppi di ragazzi che partecipano alle attività della società sportiva.

Non so se lo sapete, ma è già da un anno che lavoriamo con il gruppo degli allenatori e dei dirigenti con incontri formativi mensili, e ho molto apprezzato la voglia di mettersi in gioco, di aprirsi e di aumentare le proprie conoscenze da parte della dirigenza e degli allenatori.

Quest’anno sarà presente anche una mia collega che inizierà un intervento anche con i vostri figli, direttamente sul campo, proponendo attività ludiche mirate ad aumentare la conoscenza personale, il proprio benessere psicofisico.

Inoltre anche per dirvi dell’impegno della ricerca, ormai da un anno circa ci incontriamo a livello regionale con gli altri psicologi delle altre società sportive per riflettere insieme e dotarci sempre più di strumenti simili nel nostro lavoro. A Jesi organizzeremo quattro giornate di studio e di confronto proprio sul ruolo dello psicologo all’interno della scuola calcio.

Ma ritorniamo al tema della serata, cioè l’intervento educativo nel gruppo sportivo.

Faccio mie le parole di un grande allenatore di calcio degli anni ’70 Nereo Rocco, che diceva “Prima di formare i calciatori occorre formare gli uomini”. Questa tensione verso la formazione è un aspetto essenziale, che deve essere chiarito e continuamente verificato affinché non rimanga solo una intenzione.

Inoltre questo obiettivo di educare anche all’interno del gruppo sportivo, non sarebbe raggiungibile se non ci fosse uno scambio, una condivisione dell’intervento con voi, che rimanete i referenti educativi ultimi verso i vostri figli.

L’iniziativa di stasera è pertanto a mio avviso un importante momento di scambio, di confronto , di chiarimento su questi temi, il tema dell’educazione, dell’importanza dell’accompagnamento, dell’attenzione alla crescita armonica della personalità dei ragazzi, del rispetto dei valori fondamentali che stanno alla base dell’esperienza sportiva, ma più in generale dell’esperienza umana.

Allora diciamo subito una cosa : gli allenatori non si possono sostituire ai genitori, ma insieme a loro concorrono allo sviluppo della personalità degli atleti, sia dei più piccoli, sia dei giovani con i quali trascorrono e vivono i diversi momenti associativi.

Permettetemi di allargare un momento il discorso.

Viviamo un tempo molto particolare. Un sociologo polacco (Baumann) l’ha definito la fine di un’epoca, il tempo della uscita dalla modernità.

Si è assisitito alla caduta delle varie ideologie che davano un senso alla vita di milioni di persone.

C’erano dei valori di riferimento che determinavano il loro agire, sia come individui che come gruppi, poi venendo meno questi valori, è iniziata una crisi che dura tutt’ora e che si esprime nella tendenza delle persone a vivere sempre meno la vita come un progetto e sempre più come un senso di provvisorietà totale.

Barman parla della liquefazione dei corpi sociali, in primo luogo della famiglia che non riesce più a garantire quella tenuta che prima garantiva. Emerge in questa visione un senso di incertezza, di insicurezza, di paura del futuro che non fa aggregare le persone, ma le porta ancora di più a prendere decisioni da sole. E’ vero che nel nostro mondo è aumentata la disperazione, ma io tutte le volte che mi trovo a parlare ad un gruppo di persone, li incoraggio ad andare avanti, perché lo stare insieme, il condividere, il riuscire a parlarsi a dialogare, a trovare delle soluzioni in comune è l’unico atteggiamento che può sconfiggere questa provvisorietà, l’individualismo, , la crisi della modernità.

Anche se sentiamo questa crisi generale (della famiglia, delle istituzioni) non dobbiamo smettere di credere che poi le persone reagiscono alla negatività, le famiglie si ricombattano nelle difficoltà, e nelle fatiche quotidiane, ed emerge forte la voglia di stare insieme e di appartenenza.

Ho fatto questo riferimento alla crisi della modernità perché penso che è da essa che scaturisce la crisi educativa che investe in generale il mondo degli adulti.

Siamo passati da una famiglia normativa tipica degli anni ’60 (in cui le norme di comportamento erano dettate in maniera molto energica si sapeva cosa non si doveva fare) alla famiglia affettiva dei nostri giorni.

La caratteristica della famiglia affettiva è che si è tutti sullo stesso piano. Ci si protegge e ci si prende cura gli uni degli altri, e l’intervento educativo è visto come protezione, cura difesa dei più indifesi.

Penso che aiutare i genitori a riscoprire il valore educativo sia oggi aiutarli a riscoprire l’idea che i figli non hanno solo bisogno di sentire affetto e protezione, ma che hanno bisogno di regole, norme etiche e modelli di comportamento.

Si educa con i NO, i NO aiutano a crescere, così come scrive in un suo libro Ashia Plilips, la psicologa americana.

Lavoro al tribunale dei minori e mi capita di vedere molto spesso ragazzi che hanno commesso dei reati. E molti di loro riconoscono di non aver ascoltato i consigli, di aver avuto genitori che gli hanno voluto bene, che non gli hanno mai fatto mancare nulla, ma che in fondo non li hanno mai fermati, dato dei paletti. La regola è protettiva, mette al riparo, serve a fermarsi molto pi di quanto non pensiamo.

Il periodo dell’infanzia resta il periodo fondamentale per l’acquisizione della coscienza morale (ciò che è bene e ciò che è male) e per lo sviluppo dell’identità personale.

L’adolescenza resta il periodo fondamentali per lo sviluppo della responsabilità, intesa come impegno, come sforzo e come capacità di valutare le conseguenze dei propri comportamenti.

Gli anni della gioventù insomma rimangono quelli fondamentali per dotare i ragazzi di quei tratti, di quei valori che formeranno la sua coscienza di adulto.

Capite dunque l’importanza dell’atteggiamento educativo, che permea anche la scuola calcio, poiché i ragazzi vivono i loro allenatori come adulti significativi per la loro vita.

Allora l’esperienza fondamentale della scuola calcio è quello di formare i ragazzi a vivere un’esperienza di gruppo, nella condivisione, nell’esperienza sportiva con atteggiamenti di entusiasmo, le gioie e le vittorie, ma anche le sofferenze, le sconfitte e i dolori che come in tutti gli sport rappresentano una metafora della vita.

Educare attraverso lo sport vuol dire che il gruppo sportivo è un’opportunità in più (oltre l’opportunità prioritaria e sostanziale offerta dai genitori) per aiutare i ragazzi a formarsi, a crescere, realizzare se stessi, nella manifestazione ed esaltazione delle condizioni fisiche e psichiche.

E tanto più una società è attenta non solo ai risultati agonistici e sportivi, ma anche alla valorizzazione dei ragazzi, del gruppo, tanto più quella società ha compreso l’essenza, il valore dello sport e della pratica sportiva.

Ci sono alcune parole d’ordine che rendono significativo l’intervento educativo e le vorrei segnalare

 

Lealtà: educare nel gruppo sportivo vuol dire aiutare i ragazzi ad assumere un comportamento leale dentro e fuori dal campo. Un ragazzo leale è un punto di riferimento sia per la squadra che per l’esterno, una persona che merita fiducia e da imitare.

 

Benessere: educare nel gruppo sportivo vuol dire avere attenzione del proprio corpo, inteso nel senso fisico e psichico, mantenendo una condizione di benessere che conduce ad avere uno stile di vita sano che è la miglior premessa, ce lo ricorda la medicina generale, per una salute che dura nel tempo.

 

Padronanza di Linguaggio:  educare vuol dire apprendere ad esprimersi, a manifestare in maniera adeguata i propri sentimenti, verbalizzando i propri conflitti, senza agirli in maniera inadeguata.

 

Impegno: qualsiasi meta che si vuole raggiungere è frutto di costanza, fatica, allenamento, e intenzionalità, cioè volontà e sforzo.

 

Autonomia e responsabilità: riuscire a realizzare questi valori determina una crescita personale, in termini di autonomia e di responsabilità che conduce le persone a sentirsi realizzate.

(ritornano le parole di Rocco: educare i calciatori, ma prima educare gli uomini).

 

Penso che tutti come educatori siamo chiamati a questo sforzo, perché comunque di sforzo si tratta.

Soprattutto oggi, a causa della mancanza di riferimenti chiari e precisi, per questo relativismo in cui la crisi della modernità ci ha condotto.

Essere educatori oggi vuol dire avere coraggio

Chi vuole autenticamente educare deve avere il coraggio dell’ascolto, il coraggio dell’alterità e il coraggio dell’amore.

 

Cosa voglio dire?

 

Ascolto. Chi educa ha bisogno di ascoltare. Ascoltare vuol dire fare spazio all’altro dentro di sé. Non è un atteggiamento così semplice come sembra. Ascoltare vuol dire staccare i miei pensieri e essere presente per qualcun altro. (Ma mi stai ascoltando?)

 

 

Alterità. Chi educa ha bisogno di accettare la diversità. L’altro è differente nel senso che è qualcuno da scoprire, che porta in sé delle novità che abbiamo bisogno di cogliere in maniera autentica solo se riusciamo ad accettarlo per come è. Occorre vivere l’alterità come una ricchezza, non come un impoverimento.

 

 

Amore. Chi educa ama. L’amore non è un sentimento soltanto istintivo, ma è una decisione di coscienza. È il motore fondamentale che spinge le persone verso le varie attività, orienta e appassiona tutta gli ambiti della nostra vita. E’ quell’atteggiamento che ci fa conservare nonostante le difficoltà la  carica di umanità che è nostra in quanto persone, e in un tempo di dubbio e di incertezza, serve a diffondere ottimismo, entusiasmo, passione per la vita.

Allora a conclusione di questo mio intervento vi invito a rivendicare in voi questo diritto, il diritto all’entusiasmo che unito stupore per la vita serve sicuramente ad andare avanti nella realizzazione del compito educativo.

Grazie

 

 

 

Il gioco di squadra Agosto 5, 2008

Archiviato in: 1 — pensoacolori @ 7:16 pm

Il gioco di squadra: elementi di metodologia didattica

 

Il gruppo è il risultato di una serie di azioni, vissuti, obiettivi che vengono intrapresi.

Da un punto di vista della psicologia della forma il tutto è qualcosa di più della somma delle singole parti. Così anche il gruppo, nel gioco del calcio arriva a diventare squadra.

La squadra è il risultato finale di allenamenti, comunicazioni, obiettivi ed azioni intraprese e definite nel tempo.

Alcuni elementi che definiscono il gioco di squadra, dal punto di vista dell’allenatore sono i seguenti:

1)      La competenza a sviluppare identificazione e integrazione del gruppo

2)      La competenza a creare fiducia in se stessi e nel gruppo

3)      La competenza ad essere ricettivi                               

 

Identificazione e integrazione nel gruppo

L’allenatore riesce a fare la squadra se conosce i ruoli e le caratteristiche di ogni giocatore e riesce a farli esprimere al meglio. Stabilisce le regole base e gli obiettivi della squadra. E’ attento a conoscere gli atleti non solo per le loro caratteristiche fisiche ma anche per le caratteristiche personali. Sviluppa l’identificazione e l’integrazione tra i vari membri del gruppo, con lo scopo di formare la squadra. Elogia chi si sacrifica per il gruppo.

 

Fiducia in se stessi

L’allenatore sviluppa la fiducia all’interno della squadra a partire dai singoli. Anima ed incoraggia a provare, a superare le difficoltà, a non scoraggiarsi di fronte ad un problema, a esultare nella vittoria, ma non disperare nella sconfitta, analizzando insieme i motivi dell’insuccesso.

Infonde tranquillità e sicurezza, non trasmette ansia, ma partecipazione e positività. Vive come se fosse la seconda volta che vive e nella prima ha sbagliato tutto.

 

Ricettività e assimilazione

L’allenatore sviluppa nei membri del gruppo la ricettività, cioè la capacità di apprendere attraverso l’ascolto e l’assimilazione, cioè la capacità di utilizzare gli apprendimenti in maniera personale.

Per far questo occorre lavorare sull’ascolto attivo del gruppo che deve avere la consapevolezza che il momento dell’allenamento è un momento di svago, di gioco e di divertimento, ma anche un momento di apprendimento collettivo, nel quale la coscienza individuale e di gruppo acquisisce motivazioni e significati da realizzare.

 

La leadership ed il lavoro di gruppo Agosto 5, 2008

Archiviato in: 1 — pensoacolori @ 10:43 am

Pubblico sul blog, a partire da oggi, i contenuti di alcuni incontri avuti con il gruppo degli allenatori della Junior Jesina scuola calcio Roberto Mancini di Jesi. Sono temi importanti per coloro i quali vogliono intraprendere la strada di allenatore di squadre di calcio per ragazzi ed adolescenti. Buona riflessione.

Il gruppo degli allenatori: la leadership

Il gruppo sportivo può essere definito come un insieme di individui con le proprie personalità, ma che stanno uniti per una comune spinta motivazionale estrinseca (contratto, denaro…) od intrinseca (raggiungimento di obiettivi, soddisfazione personale, motivazioni ideali), o entrambe.

Ogni gruppo sportivo è caratterizzato da una comune struttura ideologica, ed ha delle dinamiche proprie di relazione sociale.

Lavorare “insieme” condividendo un obiettivo comune è il modo migliore per costruire, ma non è

sempre facile: all’interno del gruppo alcuni devono, per l’occasione, assumere ruoli e funzioni dirigenziali cioè coordinare le attività di tutti. Un buon allenatore deve riuscire ad “entrare” in quel gruppo specifico, tenendo conto delle sue caratteristiche, deve sapere gestire al meglio le risorse e le capacità dei collaboratori, infondere fiducia, saper ascoltare, mediare le opinioni differenti, essere sempre presente, assumere delle responsabilità, stabilire regole di comportamento che permettano a tutti di esprimersi al meglio senza creare conflitti e incomprensioni. Questo fa sviluppare e nascere la leadership all’interno del gruppo. Nei gruppi sportivi, l’allenatore viene investito del ruolo di leader e inevitabilmente il suo stile di leadership sarà inizialmente di tipo burocratico in quanto la sua collocazione avviene quasi sempre dall’alto e quindi dalla dirigenza societaria. Dovrà trovare nelle sue qualità la capacità per gestire questo tipo di leadership e saperla trasformare a seconda delle esigenze del gruppo. Le leadership possono essere di forma diversa. Esiste come si è visto quella burocratica, esiste la leadership carismatica, che si basa sulle doti e sulla personalità del singolo, esiste la leadership democratica o partecipativa, nella quale non esiste un vero e proprio leader, ma un gruppo di persone che si conformano a stili e comportamenti simili. Ognuna di queste leadership ha pregi e difetti e vanno tenuti in considerazione per capire la natura del gruppo del quale si fa parte e che stile viene dato nel lavoro di squadra. Secondo Freud il leader ottimale è quello sul quale tutti i membri proiettano il proprio modello ideale dell’IO, e le caratteristiche fondamentali sono la flessibilità, l’organizzazione, la capacità comunicativa e l’adattabilità alle varie situazioni.

Il gruppo degli allenatori: obiettivi

E’ bene comunque sapere che alcuni punti fondamentali per la riuscita del gruppo sono:

1)      obiettivi condivisi 2) regole chiare  3) meta comune  4) consenso

Si deve poi mettere in conto che qualcuno si senta frustrato, che ci sia chi pensa di poter dare di più,

che qualcuno produca meno degli altri, che l’entusiasmo e l’attenzione non restino sempre costanti :

occorre periodicamente frenare gli slanci esagerati ed infondere nuove energie nel gruppo

Elementi fondamentali nel gruppo sono

1) aiuto reciproco 2) supporto di coloro che sono più adatti a fronteggiare determinate situazioni

3) mettersi nei panni degli altri 4) avere flessibilità 5) avere una idea di cosa vuol dire educare

Team Building, letteralmente “costruzione del gruppo”, è un’attività prevalentemente ludica, con un principale obiettivo formativo: (ri)creare un buon clima tra le persone.

Molte realtà (aziende, associazioni gruppi di lavoro…) sfruttano le potenzialità date da questa attività.

Quando si trovano di fronte ad un gruppo costituito da poco o quando il gruppo è in crisi o ancora quando stress, stanchezza o altro ancora disturba il normale rapporto tra le persone allora il team building può essere utile. Il team building ha poi preso in prestito e rielaborato alcune attività ludiche, sportive, teatrali, musicali e così via, divenendo sempre più un contenitore flessibile e articolato.

Rimane la necessità di capire e di distinguere il team building formativo e costruttivo da quello prevalentemente ludico e fine a se stesso. Nel primo caso il fine è la consapevolezza nei partecipanti dell’avvenuto cambiamento, nel secondo caso il fine è l’esperienza in sé.

 

Come educare al senso della vita Agosto 4, 2008

Archiviato in: 1 — pensoacolori @ 11:36 am

Pubblico un intervento tenuto alcuni mesi fa, nel corso di un convegno sul tema della genitiorialità.

Spero che la riflessione aiuti i genitori ed anche gli educatori a creare un pensiero condiviso.  Buona lettura

 

Libertà e responsabilità: come educare al senso della vita

 

Vorrei iniziare questo incontro subito con un pensiero positivo rispetto all’essere genitori.

Dobbiamo sentirci felici di esserlo.

Incontro ogni giorno nel mio lavoro molte coppie, sofferenti , addolorate , frustrate perché non riescono a dare un senso alla loro vita, perché non sono in grado di procreare.

L’incapacità della fertilità li rende non fecondi, li fa chiudere in se stessi e disperare.

A volte alcune coppie scoprono la bellezza di essere fecondi, nel senso della riscoperta della donazione di se stessi ad altri, e aprendosi ad altre esperienze, riscoprono una gioia di vivere che prima non conoscevano.

Dunque se così sofferente è l’atteggiamento di chi vorrebbe diventare genitore e non può, chi è genitore, riconosce in sé un senso di gratitudine per la fortuna che la vita gli ha dato?

Molte volte siamo sopraffatti dalla fatica, dalla corsa quotidiana e questo correre può farci perdere di vista l’essenziale delle cose della vita.

Dunque vi faccio questa domanda: Vi capita mai di guardare i vostri figli negli occhi e di sorridere loro facendo sentire che ci siete? Che li amate? Che vivete e vi sforzate di fare le vostre attività anche per loro?

I nostri figli ci ascoltano molto più di quello che noi crediamo; ci pensano molto più di quello che noi sentiamo; ci osservano molto più di quello che noi ci aspettiamo.

Essere genitori e fare i genitori non è per niente semplice: non si  nasce con la patente di bravo papà o brava mamma; piuttosto questa medaglia si conquista sul campo, con fatica, attraverso  le esperienze, gli sbagli, e ogni tanto un successo che da respiro alla fatica quotidiana. Che sia difficile il mestiere di genitore lo dice pure una ricerca del Censis pubblicata ad aprile dello scorso anno. Il titolo è emblematico: POCHI RISCHI, SIAMO GENITORI.

Già dal titolo sembra di capire come dalla ricerca emerga un bisogno nuovo da parte dei genitori delle nuove generazioni.

Sembra che i genitori abbiano bisogno di difendersi e di difendere i propri figli da qualcosa di minaccioso, che incute loro timore e che li fa agire di conseguenza a protezione di sé e dei loro cari.

 

Altri dati che emergono dalla ricerca ci dicono che la famiglia ha perduto nel tempo la tendenza a trasmettere valori, anche in particolare il valore del risparmio. La famiglia combinatoria viveva accumulando redditi da più lavori e aumentava i risparmi, l’idea del risparmio era un valore da trasmettere ai figli. La famiglia tutor invece di fronte ad un futuro incerto accumula lo stesso redditi, ma li spende con altrettanta facilità; il valore del risparmio non è tra i suoi interessi, preferisce polizze vita, fondi pensione, al fine di garantire una sicurezza economica ai figli.

Anche questi dati della ricerca concordano nel dire che si assiste ad un cambiamento nella cura dei figli da parte dei genitori; è il prezzo da pagare alla modernità, siamo più insicuri, tendiamo a proteggerli di più, gli diamo i nostri risparmi e non li aiutiamo a credere nel risparmio e praticamente… tarpiamo loro le ali, prima che abbiano  iniziato a volare!

L’insicurezza nel futuro genera una maggiore protezione nei figli.

Perché ho voluto stimolarvi con questi dati?

Da questi dati emerge una famiglia impaurita e impreparata a vivere il futuro, una famiglia che vive le tensioni del mondo contemporaneo in presa diretta tramite i mass media e con meno possibilità di un tempo di reggere l’urto con il cambiamento che l’esterno le chiede.

Da questi dati emerge una paura del futuro, una incertezza da parte dei genitori che cercano di preservare i figli e di proteggerli dai rischi derivanti dal divenire e dalla complessità del mondo moderno.

La paura per il futuro, la mancanza di prospettive certe, di un lavoro stabile, fa dire a molti genitori che occorre occuparsi in primo luogo della sicurezza economica dei propri figli. E così molti genitori scelgono per i figli, li assicurano nel futuro. Credo che occorra fermarsi a riflettere sulle conseguenze di questi atteggiamenti dei genitori: sono stati anch’essi figli, hanno ricevuto ciò che stanno dando così generosamente?

Nella loro vita di figli cosa hanno ricevuto dai loro genitori?

E un’altra domanda: se è giusto preoccuparsi del futuro e del benessere economico di mio figlio, perché non preoccuparmi del suo benessere esistenziale, spirituale, e cioè della sua capacità di reggere alle frustrazioni, alla capacità di affrontare le situazioni problematiche, alla capacità di rispondere alle crisi che inevitabilmente la vita gli porrà davanti?

Credo che i genitori di oggi sono troppo pronti a sostituirsi nelle scelte dei loro figli, per paura di vederli soffrire, e questo atteggiamento determina una debolezza esistenziale nei figli, incapaci di affrontare le situazioni problematiche, ragazzi fragili, più fragili che nel passato, incapaci di soffrire e di scegliere criticamente, ragazzi che vivono le crisi in maniera abnorme, con il ricorso più che in passato a fughe nella disperazione e in comportamenti devianti.

E’ in crisi la responsabilità individuale e uno dei motivi è l’eccessivo senso di responsabilità da parte dei genitori “previdenti”.

E’ necessario riportare le cose nel loro giusto contesto, nel senso di ridare a genitori e figli, anche per quello che riguarda la costruzione della propria vita, i ruoli e le funzioni che appartengono ad entrambi.

Vedo in giro troppi genitori amici dei figli.

Non è possibile essere amici dei propri figli, hanno bisogno di noi, ma non della nostra amicizia.

Vorrei fare un paragone con gli animali: nel rapporto con il proprio cucciolo, l’animale adulto sa cosa deve fare, perché l’istinto gli indica da sempre quali sono i comportamenti e quali sono i bisogni che devono essere soddisfatti.

Diversamente dall’animale l’uomo non  ha un istinto che gli dice cosa deve fare, ma sceglie liberamente, ha delle tradizioni, ha una coscienza, ha dei valori che gli indicano delle strade, e dipende da lui quale scelta effettuare, quale strada prendere.

Contrariamente all’animale l’uomo è libero di assumere degli atteggiamenti differenti a seconda delle situazioni che si trova a vivere.

E da questi atteggiamenti deriveranno delle conseguenze che lo faranno sorridere o diventare triste, che lo faranno sentire in colpa o lo faranno sentire forte della propria responsabilità che avrà messo in ciò che ha inteso realizzare.

E’ la libertà di essere e di divenire tipica dell’uomo, è la libertà della volontà, che è una delle caratteristiche essenziali che differenzia l’uomo dall’animale. L’uomo è un essere che determina se stesso ed è libero.

La libertà della volontà vuol dire prendere una posizione rispetto a qualsiasi evento o situazione si presenti, nella vita di una persona.

Essa si esprime attraverso la possibilità di agire un cambiamento (cambiare qualcosa che è cambiabile). Non è la libertà di fare quello che voglio, che probabilmente spinge i genitori previdenti che dicevamo prima a scegliere liberamente per i propri figli, (ma in questo modo rischiano di limitare fortemente la libertà della volontà dei loro ragazzi, perché li condizionano sul piano delle libere scelte future), ma è appunto una libertà per.

 

Questo concetto di libertà non è qualcosa di astratto come potrebbe sembrare, ma è invece un requisito fondamentale nella costruzione del rapporto educativo con i propri figli.

Pensate al problema delle regole e delle norme da dare ai figli: quando dire SI e quando dire NO.

E’ un problema di modelli di crescita che diamo ai nostri figli.

Stiamo assistendo ad un mutamento epocale: Il rischio più grave che corre la famiglia consiste nel sostituirsi ai figli nelle scelte della vita, e questo atteggiamento determina una debolezza esistenziale nei figli.

E’ importante recuperare la funzione educativa tipica dell’uomo.

Essa è collegata al rapporto tra il destino e la libertà.

L’agire educativo è condizionato dalle scelte che i genitori compiono . Così le scelte fatte dai genitori “previdenti” ricadranno sui figli .Ogni scelta educativa avrà una ricaduta e delle conseguenze nel rapporto con i figli.

Anche non scegliere in educazione avrà delle conseguenze.

Allora cosa significa educare?

Accompagnamento pedagogico. Vuol dire esserci

Come ? Anche con i NO. Che aiutano a vedere il limite.

E i ragazzi di oggi hanno bisogno dei limiti

I ragazzi tra maturazione precoce e adolescenza prolungata

La condizione degli adolescenti e dei preadolescenti è modificata nel tempo e oggi più che ieri troviamo una situazione caratterizzata da due fenomeni che si sovrappongono e che rendono la relazione educativa ancora maggiormente problematica.

Ritengo che occorre riscoprire dei punti di forza su cui ripartire per una riappropriazione della funzione educativa e di un ruolo genitoriale che non previene le crisi dei figli, ma li aiuta a reggere nei momenti difficili che potranno presentarsi, attraverso una relazione educativa improntata al recupero della libertà educativa e della responsabilità educativa.

Il primo punto è IL COINVOLGIMENTO: è cioè l’investimento di tempo, di energia, di volontà e di dedizione verso i figli; il padre e la madre che fanno sentire ai figli che loro sono importanti ed insostituibili.

Il secondo punto è IL TEMPO PER STARE INSIEME:

Il terzo punto è L’APPREZZAMENTO: sentirsi apprezzati e stimati dagli altri è una esigenza vitale di tutti gli esseri umani. Nelle famiglie dove esiste un buon apprezzamento esistono condizioni di sviluppo di una relazione educativa positiva. L’apprezzamento è importante perché contribuisce alla crescita di un IO sano da parte del ragazzo, un io che si fonda sulla fiducia di sé e sulla sicurezza.

Troppe volte tra genitori e figli passano solo ordini o mugugni.

In troppe famiglie si è ipercritici, si è sprezzanti o si arriva a punzecchiarsi con frecciate di sarcasmo.

La felicità reciproca si acquista nel momento in cui si stima e si apprezza l’altro per ciò che è, dal dirsi spesso “ ti voglio bene”.

Il quarto punto è LA COMUNICAZIONE:

Il quinto punto è LA CAPACITA’ DI RISOLVERE I PROBLEMI:  vuol dire che tutti hanno dei problemi, ma le famiglie sane sono quelle nelle quali i problemi non diventano motivo di crisi, ma vengono affrontati senza paure o ansie eccessive; famiglie che possiedono la capacità di superare le inevitabili difficoltà che si possono presentare senza dare l’impressione ai figli di cercare un colpevole. Di fronte ad un problema non si pongono la domanda “di chi è la colpa?” e non perdono tempo a fare processi o ad analisi negative. La domanda da farsi è “come possiamo venirne fuori?”. Così ogni problema diventa una occasione di crescita e di trasformazione, senza paura del cambiamento.

Una famiglia sana è un luogo in cui si entra per cercare conforto, per crescere e rigenerarsi, un luogo da cui si esce ricaricati e rinnovati muniti della forza necessaria per affrontare la vita con atteggiamento positivo.