L’intervento educativo nel gruppo sportivo
Lo psicologo è una invenzione della modernità. Solo nell’ultimo secolo appare questa figura, molto controversa tra l’altro, un misto di scienza e folclore, religiosità e filosofia.
Lo trovate un po’ dappertutto, e il rischio è proprio quello di essere tuttologi, tutto e niente.
Vi posso parlare di me, visto che non ci conosciamo, ma io ritengo di essere arrivato alla decisione di fare questa professione sul finire degli anni ’70, quando iniziò a Jesi a circolare l’eroina e molti dei miei amici diventarono tossicodipendenti.
In me in quel periodo, stavo frequentando ragioneria, sentivo che c’era necessità di aiutare ma che per aiutare occorreva anche sapere cosa fare. E mi decisi a intraprendere lo studio della psicologia.
Capii con la lettura di Erich Fromm che aiutare una persona vuol dire aiutarla ad aiutarsi da sola e fu la prima di una serie di verità fondamentali valide per la mia vita professionale e non solo. In seguito con la lettura di un altro gigante della psicologia Viktor Emil Frankl, uno psichiatra austriaco compresi che si può realizzare il significato della propria vita nell’aiutare gli altri a realizzare nella loro vita un significato.
E ora cerco di realizzare i miei valori e le mie responsabilità nella pratica professionale.
Allora la prima domanda è cos fa uno psicologo in una scuola calcio?
L’attività che si porta avanti può essere ricondotta a tre grandi aree di intervento.
L’area della formazione personale, l’area della consulenza e l’area della ricerca.
Intanto lo psicologo aiuta i dirigenti e gli allenatori nel loro compito fondamentale (la mission) di intervento educativo verso i ragazzi, verso gli atleti.
Lo stare insieme, l’associarsi è sicuramente una cosa importante, ma non è sufficiente a definire un gruppo di persone. Occorre anche decidere obiettivi, finalità, e metterle in pratica.
L’obiettivo generale è aumentare le competenze teorico-pratiche, psicologiche e relazionali degli educatori che si occupano dei vari settori giovanili, in modo da favorire relazioni educative autentiche nei confronti dei singoli e dei vari gruppi di ragazzi che partecipano alle attività della società sportiva.
Non so se lo sapete, ma è già da un anno che lavoriamo con il gruppo degli allenatori e dei dirigenti con incontri formativi mensili, e ho molto apprezzato la voglia di mettersi in gioco, di aprirsi e di aumentare le proprie conoscenze da parte della dirigenza e degli allenatori.
Quest’anno sarà presente anche una mia collega che inizierà un intervento anche con i vostri figli, direttamente sul campo, proponendo attività ludiche mirate ad aumentare la conoscenza personale, il proprio benessere psicofisico.
Inoltre anche per dirvi dell’impegno della ricerca, ormai da un anno circa ci incontriamo a livello regionale con gli altri psicologi delle altre società sportive per riflettere insieme e dotarci sempre più di strumenti simili nel nostro lavoro. A Jesi organizzeremo quattro giornate di studio e di confronto proprio sul ruolo dello psicologo all’interno della scuola calcio.
Ma ritorniamo al tema della serata, cioè l’intervento educativo nel gruppo sportivo.
Faccio mie le parole di un grande allenatore di calcio degli anni ’70 Nereo Rocco, che diceva “Prima di formare i calciatori occorre formare gli uomini”. Questa tensione verso la formazione è un aspetto essenziale, che deve essere chiarito e continuamente verificato affinché non rimanga solo una intenzione.
Inoltre questo obiettivo di educare anche all’interno del gruppo sportivo, non sarebbe raggiungibile se non ci fosse uno scambio, una condivisione dell’intervento con voi, che rimanete i referenti educativi ultimi verso i vostri figli.
L’iniziativa di stasera è pertanto a mio avviso un importante momento di scambio, di confronto , di chiarimento su questi temi, il tema dell’educazione, dell’importanza dell’accompagnamento, dell’attenzione alla crescita armonica della personalità dei ragazzi, del rispetto dei valori fondamentali che stanno alla base dell’esperienza sportiva, ma più in generale dell’esperienza umana.
Allora diciamo subito una cosa : gli allenatori non si possono sostituire ai genitori, ma insieme a loro concorrono allo sviluppo della personalità degli atleti, sia dei più piccoli, sia dei giovani con i quali trascorrono e vivono i diversi momenti associativi.
Permettetemi di allargare un momento il discorso.
Viviamo un tempo molto particolare. Un sociologo polacco (Baumann) l’ha definito la fine di un’epoca, il tempo della uscita dalla modernità.
Si è assisitito alla caduta delle varie ideologie che davano un senso alla vita di milioni di persone.
C’erano dei valori di riferimento che determinavano il loro agire, sia come individui che come gruppi, poi venendo meno questi valori, è iniziata una crisi che dura tutt’ora e che si esprime nella tendenza delle persone a vivere sempre meno la vita come un progetto e sempre più come un senso di provvisorietà totale.
Barman parla della liquefazione dei corpi sociali, in primo luogo della famiglia che non riesce più a garantire quella tenuta che prima garantiva. Emerge in questa visione un senso di incertezza, di insicurezza, di paura del futuro che non fa aggregare le persone, ma le porta ancora di più a prendere decisioni da sole. E’ vero che nel nostro mondo è aumentata la disperazione, ma io tutte le volte che mi trovo a parlare ad un gruppo di persone, li incoraggio ad andare avanti, perché lo stare insieme, il condividere, il riuscire a parlarsi a dialogare, a trovare delle soluzioni in comune è l’unico atteggiamento che può sconfiggere questa provvisorietà, l’individualismo, , la crisi della modernità.
Anche se sentiamo questa crisi generale (della famiglia, delle istituzioni) non dobbiamo smettere di credere che poi le persone reagiscono alla negatività, le famiglie si ricombattano nelle difficoltà, e nelle fatiche quotidiane, ed emerge forte la voglia di stare insieme e di appartenenza.
Ho fatto questo riferimento alla crisi della modernità perché penso che è da essa che scaturisce la crisi educativa che investe in generale il mondo degli adulti.
Siamo passati da una famiglia normativa tipica degli anni ’60 (in cui le norme di comportamento erano dettate in maniera molto energica si sapeva cosa non si doveva fare) alla famiglia affettiva dei nostri giorni.
La caratteristica della famiglia affettiva è che si è tutti sullo stesso piano. Ci si protegge e ci si prende cura gli uni degli altri, e l’intervento educativo è visto come protezione, cura difesa dei più indifesi.
Penso che aiutare i genitori a riscoprire il valore educativo sia oggi aiutarli a riscoprire l’idea che i figli non hanno solo bisogno di sentire affetto e protezione, ma che hanno bisogno di regole, norme etiche e modelli di comportamento.
Si educa con i NO, i NO aiutano a crescere, così come scrive in un suo libro Ashia Plilips, la psicologa americana.
Lavoro al tribunale dei minori e mi capita di vedere molto spesso ragazzi che hanno commesso dei reati. E molti di loro riconoscono di non aver ascoltato i consigli, di aver avuto genitori che gli hanno voluto bene, che non gli hanno mai fatto mancare nulla, ma che in fondo non li hanno mai fermati, dato dei paletti. La regola è protettiva, mette al riparo, serve a fermarsi molto pi di quanto non pensiamo.
Il periodo dell’infanzia resta il periodo fondamentale per l’acquisizione della coscienza morale (ciò che è bene e ciò che è male) e per lo sviluppo dell’identità personale.
L’adolescenza resta il periodo fondamentali per lo sviluppo della responsabilità, intesa come impegno, come sforzo e come capacità di valutare le conseguenze dei propri comportamenti.
Gli anni della gioventù insomma rimangono quelli fondamentali per dotare i ragazzi di quei tratti, di quei valori che formeranno la sua coscienza di adulto.
Capite dunque l’importanza dell’atteggiamento educativo, che permea anche la scuola calcio, poiché i ragazzi vivono i loro allenatori come adulti significativi per la loro vita.
Allora l’esperienza fondamentale della scuola calcio è quello di formare i ragazzi a vivere un’esperienza di gruppo, nella condivisione, nell’esperienza sportiva con atteggiamenti di entusiasmo, le gioie e le vittorie, ma anche le sofferenze, le sconfitte e i dolori che come in tutti gli sport rappresentano una metafora della vita.
Educare attraverso lo sport vuol dire che il gruppo sportivo è un’opportunità in più (oltre l’opportunità prioritaria e sostanziale offerta dai genitori) per aiutare i ragazzi a formarsi, a crescere, realizzare se stessi, nella manifestazione ed esaltazione delle condizioni fisiche e psichiche.
E tanto più una società è attenta non solo ai risultati agonistici e sportivi, ma anche alla valorizzazione dei ragazzi, del gruppo, tanto più quella società ha compreso l’essenza, il valore dello sport e della pratica sportiva.
Ci sono alcune parole d’ordine che rendono significativo l’intervento educativo e le vorrei segnalare
Lealtà: educare nel gruppo sportivo vuol dire aiutare i ragazzi ad assumere un comportamento leale dentro e fuori dal campo. Un ragazzo leale è un punto di riferimento sia per la squadra che per l’esterno, una persona che merita fiducia e da imitare.
Benessere: educare nel gruppo sportivo vuol dire avere attenzione del proprio corpo, inteso nel senso fisico e psichico, mantenendo una condizione di benessere che conduce ad avere uno stile di vita sano che è la miglior premessa, ce lo ricorda la medicina generale, per una salute che dura nel tempo.
Padronanza di Linguaggio: educare vuol dire apprendere ad esprimersi, a manifestare in maniera adeguata i propri sentimenti, verbalizzando i propri conflitti, senza agirli in maniera inadeguata.
Impegno: qualsiasi meta che si vuole raggiungere è frutto di costanza, fatica, allenamento, e intenzionalità, cioè volontà e sforzo.
Autonomia e responsabilità: riuscire a realizzare questi valori determina una crescita personale, in termini di autonomia e di responsabilità che conduce le persone a sentirsi realizzate.
(ritornano le parole di Rocco: educare i calciatori, ma prima educare gli uomini).
Penso che tutti come educatori siamo chiamati a questo sforzo, perché comunque di sforzo si tratta.
Soprattutto oggi, a causa della mancanza di riferimenti chiari e precisi, per questo relativismo in cui la crisi della modernità ci ha condotto.
Essere educatori oggi vuol dire avere coraggio
Chi vuole autenticamente educare deve avere il coraggio dell’ascolto, il coraggio dell’alterità e il coraggio dell’amore.
Cosa voglio dire?
Ascolto. Chi educa ha bisogno di ascoltare. Ascoltare vuol dire fare spazio all’altro dentro di sé. Non è un atteggiamento così semplice come sembra. Ascoltare vuol dire staccare i miei pensieri e essere presente per qualcun altro. (Ma mi stai ascoltando?)
Alterità. Chi educa ha bisogno di accettare la diversità. L’altro è differente nel senso che è qualcuno da scoprire, che porta in sé delle novità che abbiamo bisogno di cogliere in maniera autentica solo se riusciamo ad accettarlo per come è. Occorre vivere l’alterità come una ricchezza, non come un impoverimento.
Amore. Chi educa ama. L’amore non è un sentimento soltanto istintivo, ma è una decisione di coscienza. È il motore fondamentale che spinge le persone verso le varie attività, orienta e appassiona tutta gli ambiti della nostra vita. E’ quell’atteggiamento che ci fa conservare nonostante le difficoltà la carica di umanità che è nostra in quanto persone, e in un tempo di dubbio e di incertezza, serve a diffondere ottimismo, entusiasmo, passione per la vita.
Allora a conclusione di questo mio intervento vi invito a rivendicare in voi questo diritto, il diritto all’entusiasmo che unito stupore per la vita serve sicuramente ad andare avanti nella realizzazione del compito educativo.
Grazie