Penso a Colori

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Nuova democrazia Novembre 20, 2008

Archiviato in: 1 — pensoacolori @ 11:35 pm

Leggo sul libro di Miguel Benasayag “Contro il niente, Abc dell’impegno”, edizioni Feltrinelli, a pag. 149: “Il miglior  modo di condannarsi al male è vivere come se si fosse estranei alla situazione e non assumersi le proprie responsabilità. Se invece riconosco che sono fatto della stessa stoffa della situazione, sono responsabile di ciò che non ho scelto”.

Considero il grave errore politico di aver lasciato (per la mia parte) altri a decidere per me.

Non mi sento rappresentato da persone che sono in Parlamento anche con il mio voto, ma senza aver mai avuto il piacere di vederli in giro, tra la gente, in questi difficili giorni di crisi.

Ricordo la presenza di molti politici in giro per la nostra Regione e anche nella mia città, ma erano i giorni antecedenti le elezioni. Segno della mancanza totale di rispetto nei confronti degli elettori, della gente, della democrazia. I nostri politici si vedono solo prima delle elezioni, per “mendicare” il voto.

Ci siamo cascati anche questa volta, ma per me è stata l’ultima.

Lo prometto: mai più nel mio nome.

Mi impegnerò perchè trovi realizzazione una nuova forza, di cambiamento che non può essere nè il partito democratico nè gli attuali gruppi che rappresentano la minoranza. Abbiamo bisogno di una forte iniezione di fiducia e di ottimismo, ma a partire da gente nuova, che viene dalla società civile, gente del popolo per il popolo.

Sento una forte consapevolezza che cresce in giro tra la gente, lo sento nei dibattiti ai quali partecipo in giro per la regione. La gente è stanca e sta meditando azioni clamorose.

Una nuova democrazia all’orizzonte.

 

Ancora sul senso della sofferenza Novembre 20, 2008

Archiviato in: 1 — pensoacolori @ 7:19 am

Mi interessa approfondire ancora il pensiero della logoterapia sul significato della sofferenza.

In un mondo malato come il nostro, e intendo la malattia in senso generale, fisico-psichico-morale-culturale…

abbiamo tutti bisogno di riflettere, di prendere consapevolezza, di stare a contatto con il dolore e di rivalutare il dolore sano.

Il dolore inevitabile, al quale possiamo o soccombere, lasciarci andare, disperarci, oppure resistere, affrontare, sopportare con coraggio e dignità.

Questo è il dolore che ci fa crescere, ci porta a contatto con la vita autentica e, se sappiamo affrontarlo, ci dona anche la serenità di un’esistenza umana che è riuscita ad essere se stessa.

“E la domanda sul senso della sofferenza? Chi, al di qua di ogni credenza su un “sovrasenso”, si interroga sul senso della sofferenza, dimentica che la sofferenza è essa stessa una domanda e che da essa noi siamo interrogati. E’ l’uomo sofferente, l’homo patients, ad essere interrogato: egli ha “solo” da rispondere alla domanda e così superare l’esame, “realizzando” in tal modo la sofferenza.[...]. La risposta che l’uomo sofferente dà alla domanda sul perché della sofferenza, attraverso il come egli la sopporta, è sempre una risposta muta, ma, al di qua della fede in un “sovrasenso”, essa è l’unica risposta che abbia senso. Un’ultima parola, non all’uomo sofferente, ma all’uomo che avvicina il sofferente e soffre con lui: se la sofferenza ha senso, ha senso anche la sua condivisione, la compassione. Ma, come la sofferenza, anche la compassione è silenziosa. Il linguaggio ha, infatti, dei limiti. Dove tutte le parole sarebbero ben poca cosa, là ogni parola è di troppo.” (V. Emil Frankl, Homo patients: soffrire con dignità, ed. Queriniana, pp. 128-129)

 

 

Il medico e la sofferenza Novembre 16, 2008

Archiviato in: 1 — pensoacolori @ 8:27 pm

Continuo a proporre riflessioni sulla sofferenza, il dolore e l’atteggiamento degli operatori deputati al sostegno dei pazienti.

Buona lettura.

 

“E’ un fatto scontato che il medico venga quotidianamente a confronto con la sofferenza umana. Meno scontato è, invece, che il medico debba saper distinguere tra due tipi di sofferenza: la sofferenza necessaria e la sofferenza non necessaria. Sofferenza non necessaria è quella che si può curare in via terapeutica o che può essere evitata con la prevenzione, in via igienico-profilattica.

Facciamo un esempio: il medico rimuove la sofferenza agendo a livello della causa del dolore con un intervento, che è il modo radicale per guarire una malattia. Non dimentichiamo però che non sempre si può agire sulla causa del dolore e che non tutte le malattie sono curabili.

E quando, in ogni caso, non si possono eliminare le cause del dolore, c’è per il medico quantomeno il dovere di alleviare il dolore stesso. Questo provvedimento in genere non si attua in via chirurgica, ma in via farmacologica.

Abbiamo quindi un primo problema: se si debba cioè sempre, e a ogni costo, provvedere ad alleviare il dolore quando non è più possibile guarire la malattia. Può, ad esempio, un medico alleviare i dolori di un paziente, sapendo che i provvedimenti terapeutici abbrevieranno di molto la vita del paziente stesso? Ritorniamo al problema dell’eutanasia che, lo sappiamo bene, non è permessa, come abbiamo già avuto occasione di dire. L’eutanasia si realizza in genere con sostanze farmacologiche. […]

La sofferenza di una persona può essere rimossa rimuovendo la causa del dolore; quando questo non sia possibile in alcun modo, è sempre possibile ricorrere agli oppiacei. Ma cosa ci resta quando non sia più possibile alleviare le sofferenze di un individuo?

Cosa ci resta quando questa sofferenza, in altre parole, si identifica con un autentico destino che non ci è possibile afferrare, nel senso che non possiamo in alcun modo intervenire sulla sofferenza?

Dove non si può più aver ragione del destino, vale veramente qualcos’altro, vale l’accettazione di esso; per esempio là dove la malattia non è risolvibile con l’intervento chirurgico, non si esige che il paziente abbia il coraggio di subire l’operazione senza mettersi in ansia per essa; al paziente si richiede qualcos’altro; di fronte alla ineluttabile sofferenza, gli si chiede di accettarla e di sopportarla.

Di fronte ad un destino così grave non ho più alcuna possibilità di agire, cioè non posso affrontarla con un’azione, ma devo assumerla con un atteggiamento assolutamente corretto. Il che significa che non c’è soltanto una sofferenza non necessaria, che può essere rimossa in quanto ne può essere eliminata la causa, ma c’è anche una sofferenza necessaria, fatalmente necessaria, essenzialmente irremovibile e inevitabile. La sofferenza comunque ha allora sempre un significato che consiste nell’atteggiamento con il quale l’affrontiamo; nel come noi ci assumiamo questo destino, come ci atteggiamo di fronte ad esso, come lo sopportiamo. Proprio in questo “come” è insita la possibilità di capire e compiere il senso della sofferenza e trasferirlo nella nostra vita.

In una parola, all’individuo incurabile è concessa un’ultima chance: quella di comprendere il senso della sofferenza.

Dico “una” chance, come se si trattasse di una qualsiasi; in realtà essa è la chance massima della pienezza del significato che, dopo tutto, è consentito alla persona.

Se Goethe saggiamente disse: “ Non c’è situazione che non possa essere nobilitata o con l’azione o con l’accettazione”, si può aggiungere che l’autentica sofferenza, espressione di un autentico destino, non è soltanto una conquista, ma la massima conquista che la persona è in grado di conseguire. E anche se questa conquista consistesse nel fatto che la persona deve “compiere” una rinuncia, si tratta di una rinuncia chiestale dal destino.

Mi sia concesso di ricordare un esempio che mi viene in mente ora e sul quale torno di frequente, perché mi sembra molto istruttivo: un’infermiera del mio reparto di neurologia dovette un giorno subire un intervento per un tumore allo stomaco; al tavolo operatorio l’intervento si rivelò inutile.

Disperata, la donna mi pregò di andarla a trovare. Nella conversazione emerse che la paziente non era disperata per la propria malattia, ma per l’impossibilità che ne derivava di continuare il suo lavoro. Aveva troppo amato il suo lavoro e il pensiero di non poterlo più esercitare la metteva in un autentico stato di disperazione.

Ora, la sua situazione era veramente senza più speranza alcuna (una settimana dopo moriva); pure cercai di farle capire la seguente realtà: che essa lavorasse otto ore al giorno non era una gran cosa e molti l’avrebbero potuta imitare; ma il sapere di essere diventata inabile al lavoro, di non poter più lavorare, e ciononostante, non cedere alla disperazione, questa sì, sarebbe stata una conquista non facilmente imitabile.

Inoltre non avrebbe commesso un’ingiustizia di fronte alle migliaia di individui ai quali lei aveva consacrato la vita se ora, con la sua condotta, avesse dimostrato come senza senso la vita di un ammalato, di una persona non idonea al lavoro?

Se essa nella sua situazione dispera, dimostra che la vita umana ha senso o perde significato a seconda delle ore di lavoro realizzate. E con questo suo atteggiamento nega a tutti i malati e infermi il diritto alla vita e all’esistenza. In realtà proprio lei ora ha in mano una carta particolare, eccezionale: non può più prestare il suo servizio a favore dei malati, ma può fare di più, può essere un modello, un esempio di vita.

Si può discutere se io abbia fatto questo discorso nella mia veste di medico; è certo che come medico, di fronte ad una situazione del genere, non potevo essere di aiuto alcuno; come uomo ho cercato di aiutare, di parlare da persona a persona e, diciamolo pure, di consolare. Ma perché tutto questo non può essere fatto anche da un medico?

Ricordiamo che sopra la porta principale dell’Ospedale generale di Vienna c’è una targa con un’iscrizione: “salus et solatio aegrorum”; et solatio: non soltanto guarigione, ma anche la consolazione dei malati. Allora medici e psicologi devono preoccuparsi di conseguire due obiettivi: guarire e ridare gioia ai pazienti da un lato, renderli capaci di sopportare la sofferenza dall’altro.”

(Tratto da “Come ridare senso alla vita: le risposte della logoterapia” di Viktor Emil Frankl ed. Paoline, 2007, pp. 189-193)

 

Il senso della sofferenza Novembre 15, 2008

Archiviato in: 1 — pensoacolori @ 9:34 pm

La Croce Gialla di Santa Maria Nuova ha organizzato un incontro sul tema della sofferenza

Allego il volantino dell’iniziativa iniziativa-croce-gialla e alcune riflessioni sulla sofferenza tratte da autori che affrontano il tema nell’ottica della logoterapia ed analisi esistenziale

Tratto dal libro “Dire sì alla vita, nonostante tutto” di E. Fizzotti – A. Scarpelli  ed. Elledici 2005,  pp. 55-56

 

 

“…S’impone qui un rovesciamento di tutta la problematica del senso ultimo della vita: dobbiamo apprendere, e insegnarlo a quanti si sentono disperati, che in verità non importa affatto che cosa possiamo attenderci noi dalla vita, ma importa, in definitiva solo ciò che la vita attende da “noi”!

In linguaggio filosofico, si potrebbe anche dire che si tratta quasi di una rivoluzione copernicana; non siamo noi ad interrogarci sul senso della vita, ma sentiamo di essere sempre interrogati, di essere come della gente alla quale la vita pone in continuazione delle domande, ogni giorno ed ogni ora, domande alle quali tocca rispondere, dando una risposta esatta, non solo in meditazioni oppure a parole, ma con un’azione, un comportamento corretto.

Vivere, in ultima analisi, non significa altro che avere la responsabilità di rispondere esattamente ai problemi vitali, di adempiere i compiti che la vita pone ad ogni singolo, di far fronte alle esigenze dell’ora.

Quest’esigenza, e con essa il significato della vita, muta da uomo a uomo, di attimo in attimo. Non è dunque mai possibile precisare il senso della vita umana in generale, non possiamo mai rispondere in generale a chi domanda quale sia il senso della esistenza. La vita, in tale prospettiva, non è qualcosa di vago, ma di volta in volta qualcosa di concreto e così anche le esigenze della vita sono di volta in volta assai concrete. Il destino dell’uomo, unico e originale per ciascuno di noi, reca in sé siffatta concretezza.

Qualora il destino concreto infligga all’uomo un dolore, egli dovrà vedere anche nel dolore un compito, anch’esso unico. Persino di fronte al dolore, l’uomo deve giungere alla consapevolezza di essere unico ed originale, per così dire, in tutto l’universo, con questo suo destino di dolore.

Nessuno glielo può togliere, nessuno può assumere questa sofferenza in vece sua. La possibilità di una prestazione originale, sta proprio nel “come” l’individuo colpito da questo destino sopporta la sua sofferenza.

“In effetti vi fu per noi molto dolore da assumere. Era dunque necessario guardare le cose, quel cumulo di dolore, per così dire, negli occhi, nonostante il pericolo di diventare “fiacco” di cedere, qualche volta, alle lacrime. Non c’era da vergognarsi: le lacrime erano la garanzia di avere il coraggio più grande, il coraggio di soffrire! Solo pochissimi lo sapevano; confessavano, vergognosi, qualche volta, d’avere pianto ancora come quel compagno, al quale domandai come avesse fatto  sparire i suoi edemi (da fame) e che ammise: “me li sono pianti…”.

 

 

Tratto dal libro “ Logoterapia e analisi esistenziale” di V. Emil Frankl, ed. Morcelliana, 2001

pp. 260-266

 

Per quanto la tecnica e la scienza possano essere inserite nel campo clinico, è indubitabile che la psicoterapia si basi non tanto sulla tecnica quanto sull’arte, e non tanto sulla scienza, quanto su una sapientia.La logoterapia non si indirizza solo o essenzialmente alle nevrosi: essa può rappresentare un valido aiuto anche per il chirurgo, il neurologo, lo psicologo e lo psicoterapeuta. Chi pratica la chirurgia, ad esempio, afferma di avere altri scopi. Amputato un arto, toltisi i guanti alla fine dell’intervento, sembra che il chirurgo abbia fatto in pieno il suo dovere. Ma se il paziente, non rassegnandosi a restare per tutta la vita mutilato, pensasse di uccidersi? Non incombe allora al medico anche il compito, anzi l’obbligo, di assisterlo nella sua particolare situazione, di sostenerlo sia nei confronti della sofferenza dell’operazione, sia di fronte a quella, psicologica, della menomazione del corpo? Non ha il diritto e il dovere di interessarsi, di prendere in considerazione l’atteggiamento che il malato assume di fronte alla vita, anche se non l’esprime sempre a parole?

Là dove il chirurgo, in quanto tale, cessa di operare, comincia il lavoro della cura medica dell’anima.

Un eminente giurista, cui era stata amputata una gamba per sopravvenuta cancrena arteriosclerotica, scoppiò a piangere il giorno in cui lasciò il letto. Il medico gli chiese se aspirava a diventar corridore, diversamente la sua disperazione sarebbe stata poco comprensibile. La gioviale battuta fece dischiudere, pur tra le lacrime, un sorriso al paziente. Egli aveva afferrato il fatto, di per se stesso banale, che il senso della vita non può consistere, neanche per un podista, nella capacità di camminare il più svelto possibile e che l’esistenza non è così povera di valori da perdere il senso solo per l’amputazione di un arto.

La sera precedente all’intervento di amputazione di una gamba per tubercolosi ossea una paziente, scrivendo ad un’amica, accennava a propositi suicidi. Per fortuna la lettera finì per tempo nelle mani di un medico del reparto il quale, appena l’ebbe letta, corse al letto della malata, per tentare di dissuaderla dal suo proposito, dicendole che l’esistenza umana sarebbe stata ben misera cosa se a destituirla di senso fosse bastata la perdita di un arto. […] Chiacchierata in stile socratico, quella del giovane medico accorso al capezzale della donna: ma non mancò di ottenere il successo che si riprometteva. Il chirurgo che il giorno dopo praticò l’intervento forse non seppe mai che, senza l’aiuto del suo giovane collaboratore, la paziente invece che in sala operatoria sarebbe finita in sala anatomica.

Il passo che l’analisi esistenziale dovrebbe osare è senz’altro rivoluzionario: porsi come fine non solo quello di restituire all’uomo la capacità di lavorare e di godere, ma aiutarlo a scorgere un valore nuovo e del tutto singolare nella sua sofferenza, a scoprire e valorizzare la sua capacità di soffrire.

Ogni medico incontra quotidianamente situazioni del genere. Non solo il neurologo, lo psichiatra e lo psicoterapeuta, ma anche l’internista, il dermatologo, l’ortopedico incontrano nella loro pratica quotidiana casi disperati, in cui non resta altro da fare che sostenere il malato nella sua sofferenza.

[…] D’altronde la sofferenza è una legge generale dell’umanità. Il metodo della parabola sembra particolarmente adatto per alcuni pazienti che così vengono aiutati a dare un senso alla loro sofferenza.

In alcuni casi è utile la parabola del granello di senape. A una madre, che aveva perduto il suo bambino, un maestro disse di attraversare tutta la città e di farsi dare un granello si senape da ogni famiglia che non avesse sperimentato la sofferenza e la morte. La donna andò di casa in casa, ma non riuscì a trovarne una nella quale non si fosse sofferto. Lentamente si rese conto di non essere l’unica a non aver perduto il figlio.

 

 

Successo e frustrazione esistenziale Novembre 15, 2008

Archiviato in: Logoterapia — pensoacolori @ 7:46 am

Alcuni giorni fa, le cronache dei giornali hanno parlato della prossima uscita della biografia di un famoso calciatore italiano.

All’interno del libro, si parla della depressione che l’avrebbe colpito qualche anno addietro, nel momento di massima celebrazione della sua carriera sportiva e del successo personale.

Questa notizia mi ha ricordato alcune riflessioni fatte da Frankl rispetto al successo. In seguito sono state riprese anche dalla prof. Lukas, allieva di Frankl.

(Fare clik a lato  realizzazione-interiore-di-senso )

Vi sono atteggiamenti e modi di pensare comuni che possono determinare nevrosi collettive.

La logoterapia affronta tale tema, rilevando quattro situazioni che possono determinare nevrosi:

il primo è un atteggiamento provvisorio dinanzi alla vita: è il vivere alla giornata, in base a sensazioni e percezioni momentanee; la persona è orientata al piacere immediato, non pianifica o progetta, non si hanno responsabilità, si tende a rimandare (lo farò più tardi…), c’è un atteggiamento di inutilità rispetto alle responsabilità (non ne vale la pena…)

Le conseguenze di questo atteggiamento sono disastrose poiché le persone si ritrovano vuote, sono persone che facilmente vivono paure esagerate per l’invecchiamento, per l’avanzare della età, per la morte. Superare tale atteggiamento è possibile se si riconosce un compito, un significato da realizzare per la propria vita.

Il secondo riguarda il fatalismo: è l’atteggiamento per cui tutto è stabilito e destinato. La responsabilità è sempre di qualcun altro, anche in questo caso manca un senso di responsabilità. Nell’atteggiamento fatalista non vengono prese decisioni, perché il destino predetermina le risposte.

Il terzo atteggiamento riguarda il collettivismo: in questo caso le responsabilità non vengono assunte personalmente, ma sono scaricate nella massa, mai nel singolo. La mentalità collettivista fa riferimento ad un modo di pensare impersonale, per cui non esiste una responsabilità personale riconosciuta ed accettata. Nella massa non si distingue l’individuo, ma ci si perde e ci si confonde.

Il quarto ed ultimo atteggiamento è il fanatismo: il fanatico ignora l’altro che pensa diversamente.

Non ha una propria opinione, e comunque legittima ogni atteggiamento pur di raggiungere il suo scopo. Per il fanatico il fine giustifica i mezzi, in realtà ciò vuol dire ridurre lo scopo iniziale, fargli perdere di valore, perché viene considerato in base ai mezzi. Il fanatico può uscire dalla sua condizione solo se riesce ad ascoltare la propria coscienza, e tutti questi atteggiamenti presentano una mancanza di responsabilità.