La Croce Gialla di Santa Maria Nuova ha organizzato un incontro sul tema della sofferenza
Allego il volantino dell’iniziativa iniziativa-croce-gialla e alcune riflessioni sulla sofferenza tratte da autori che affrontano il tema nell’ottica della logoterapia ed analisi esistenziale
Tratto dal libro “Dire sì alla vita, nonostante tutto” di E. Fizzotti – A. Scarpelli ed. Elledici 2005, pp. 55-56
“…S’impone qui un rovesciamento di tutta la problematica del senso ultimo della vita: dobbiamo apprendere, e insegnarlo a quanti si sentono disperati, che in verità non importa affatto che cosa possiamo attenderci noi dalla vita, ma importa, in definitiva solo ciò che la vita attende da “noi”!
In linguaggio filosofico, si potrebbe anche dire che si tratta quasi di una rivoluzione copernicana; non siamo noi ad interrogarci sul senso della vita, ma sentiamo di essere sempre interrogati, di essere come della gente alla quale la vita pone in continuazione delle domande, ogni giorno ed ogni ora, domande alle quali tocca rispondere, dando una risposta esatta, non solo in meditazioni oppure a parole, ma con un’azione, un comportamento corretto.
Vivere, in ultima analisi, non significa altro che avere la responsabilità di rispondere esattamente ai problemi vitali, di adempiere i compiti che la vita pone ad ogni singolo, di far fronte alle esigenze dell’ora.
Quest’esigenza, e con essa il significato della vita, muta da uomo a uomo, di attimo in attimo. Non è dunque mai possibile precisare il senso della vita umana in generale, non possiamo mai rispondere in generale a chi domanda quale sia il senso della esistenza. La vita, in tale prospettiva, non è qualcosa di vago, ma di volta in volta qualcosa di concreto e così anche le esigenze della vita sono di volta in volta assai concrete. Il destino dell’uomo, unico e originale per ciascuno di noi, reca in sé siffatta concretezza.
Qualora il destino concreto infligga all’uomo un dolore, egli dovrà vedere anche nel dolore un compito, anch’esso unico. Persino di fronte al dolore, l’uomo deve giungere alla consapevolezza di essere unico ed originale, per così dire, in tutto l’universo, con questo suo destino di dolore.
Nessuno glielo può togliere, nessuno può assumere questa sofferenza in vece sua. La possibilità di una prestazione originale, sta proprio nel “come” l’individuo colpito da questo destino sopporta la sua sofferenza.
“In effetti vi fu per noi molto dolore da assumere. Era dunque necessario guardare le cose, quel cumulo di dolore, per così dire, negli occhi, nonostante il pericolo di diventare “fiacco” di cedere, qualche volta, alle lacrime. Non c’era da vergognarsi: le lacrime erano la garanzia di avere il coraggio più grande, il coraggio di soffrire! Solo pochissimi lo sapevano; confessavano, vergognosi, qualche volta, d’avere pianto ancora come quel compagno, al quale domandai come avesse fatto sparire i suoi edemi (da fame) e che ammise: “me li sono pianti…”.
Tratto dal libro “ Logoterapia e analisi esistenziale” di V. Emil Frankl, ed. Morcelliana, 2001
pp. 260-266
Per quanto la tecnica e la scienza possano essere inserite nel campo clinico, è indubitabile che la psicoterapia si basi non tanto sulla tecnica quanto sull’arte, e non tanto sulla scienza, quanto su una sapientia.La logoterapia non si indirizza solo o essenzialmente alle nevrosi: essa può rappresentare un valido aiuto anche per il chirurgo, il neurologo, lo psicologo e lo psicoterapeuta. Chi pratica la chirurgia, ad esempio, afferma di avere altri scopi. Amputato un arto, toltisi i guanti alla fine dell’intervento, sembra che il chirurgo abbia fatto in pieno il suo dovere. Ma se il paziente, non rassegnandosi a restare per tutta la vita mutilato, pensasse di uccidersi? Non incombe allora al medico anche il compito, anzi l’obbligo, di assisterlo nella sua particolare situazione, di sostenerlo sia nei confronti della sofferenza dell’operazione, sia di fronte a quella, psicologica, della menomazione del corpo? Non ha il diritto e il dovere di interessarsi, di prendere in considerazione l’atteggiamento che il malato assume di fronte alla vita, anche se non l’esprime sempre a parole?
Là dove il chirurgo, in quanto tale, cessa di operare, comincia il lavoro della cura medica dell’anima.
Un eminente giurista, cui era stata amputata una gamba per sopravvenuta cancrena arteriosclerotica, scoppiò a piangere il giorno in cui lasciò il letto. Il medico gli chiese se aspirava a diventar corridore, diversamente la sua disperazione sarebbe stata poco comprensibile. La gioviale battuta fece dischiudere, pur tra le lacrime, un sorriso al paziente. Egli aveva afferrato il fatto, di per se stesso banale, che il senso della vita non può consistere, neanche per un podista, nella capacità di camminare il più svelto possibile e che l’esistenza non è così povera di valori da perdere il senso solo per l’amputazione di un arto.
La sera precedente all’intervento di amputazione di una gamba per tubercolosi ossea una paziente, scrivendo ad un’amica, accennava a propositi suicidi. Per fortuna la lettera finì per tempo nelle mani di un medico del reparto il quale, appena l’ebbe letta, corse al letto della malata, per tentare di dissuaderla dal suo proposito, dicendole che l’esistenza umana sarebbe stata ben misera cosa se a destituirla di senso fosse bastata la perdita di un arto. […] Chiacchierata in stile socratico, quella del giovane medico accorso al capezzale della donna: ma non mancò di ottenere il successo che si riprometteva. Il chirurgo che il giorno dopo praticò l’intervento forse non seppe mai che, senza l’aiuto del suo giovane collaboratore, la paziente invece che in sala operatoria sarebbe finita in sala anatomica.
Il passo che l’analisi esistenziale dovrebbe osare è senz’altro rivoluzionario: porsi come fine non solo quello di restituire all’uomo la capacità di lavorare e di godere, ma aiutarlo a scorgere un valore nuovo e del tutto singolare nella sua sofferenza, a scoprire e valorizzare la sua capacità di soffrire.
Ogni medico incontra quotidianamente situazioni del genere. Non solo il neurologo, lo psichiatra e lo psicoterapeuta, ma anche l’internista, il dermatologo, l’ortopedico incontrano nella loro pratica quotidiana casi disperati, in cui non resta altro da fare che sostenere il malato nella sua sofferenza.
[…] D’altronde la sofferenza è una legge generale dell’umanità. Il metodo della parabola sembra particolarmente adatto per alcuni pazienti che così vengono aiutati a dare un senso alla loro sofferenza.
In alcuni casi è utile la parabola del granello di senape. A una madre, che aveva perduto il suo bambino, un maestro disse di attraversare tutta la città e di farsi dare un granello si senape da ogni famiglia che non avesse sperimentato la sofferenza e la morte. La donna andò di casa in casa, ma non riuscì a trovarne una nella quale non si fosse sofferto. Lentamente si rese conto di non essere l’unica a non aver perduto il figlio.