Penso a Colori

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Paolo Pirani Giugno 29, 2009

Archiviato in: 1 — pensoacolori @ 7:35 am

“La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società, è il dubbio che essere onesti sia inutile”. (C. Alvaro)

Onestà ed auto-ironia: mi piace ricordare queste doti di zio Paolo.

Conservo vari ricordi nei quali tali valori creativi e disposizioni dell’animo si sono evidenziate, facendo in tal modo risaltare altri atteggiamenti intimi dell’uomo: la lealtà e la trasparenza, la sincerità disarmante, senza ipocrisie, caratteristiche che, mescolate ad un’ inguaribile auto-ironia ed umorismo, gli conferivano il rispetto dell’interlocutore, sia fosse un semplice conoscente, sia un personaggio importante. Zio Paolo arrivava al cuore del suo interlocutore, non conosceva barriere, tutti gli manifestavano apertura per questa sua capacità di entrare in relazione autentica.

L’atteggiamento ironico ha permesso a zio Paolo di affrontare gli eventi con il sorriso, trasformando anche le situazioni più nere, in occasioni di crescita e di condivisione con quanti gli erano vicini.

In tempi da “basso impero”, come quelli in cui stiamo vivendo, il ricordo della sua onestà morale ed intellettuale e della sua auto-ironia, rappresentano l’eredità spirituale di zio Paolo, il vanto di averlo conosciuto, l’orgoglio e la fierezza di far parte della famiglia Pirani.

Ieri sera, molta gente che lo ha conosciuto, si è stretta intorno alla famiglia per partecipare alla cerimonia di intitolazione, alla sua memoria,  del campo sportivo Boario nel quartiere San Giuseppe.

E’ stata apposta una targa su un grande masso vicino al campo.

Vi è scritto: ” Campo di calcio Paolo Pirani (1943 – 2005) Uomo che ha saputo vivere e realizzare nel corso della sua vita, con passione autentica, i valori sportivi della lealtà e del sacrificio, del rispetto e della sincerità, dell’onestà e della schiettezza. Punto di riferimento per il succedersi di giovani generazioni. La città di Jesi”.

Mentre la folla ascoltava i vari interventi, un nutrito gruppo di ragazzini di tutte le etnie che vivono nel quartiere San Giuseppe, incuranti di quello che stava avvenendo, continuavano a giocare, tirando calci al pallone nel campetto adiacente.

Mi è venuto spontaneo pensare che, mentre una vita si era consumata, dedicando energia all’educazione sportiva di tanti giovani, spegnendosi prematuramente sulle crode che tanto amiamo, altre vite proseguono il cammino misterioso ed incerto dell’esistenza, forti d’ora in avanti, di una testimonianza in più, che potranno leggere ogni volta che passeranno in quel punto, nell’angolo tra Via Granita e Via San Giuseppe, fissata per sempre su un pezzo di roccia calcare delle nostre montagne.

 

Giornalisti servi del potere Giugno 20, 2009

Archiviato in: 1 — pensoacolori @ 7:44 pm

La differenza tra giornalismo schierato e (dis)informazione di regime è semplice. Nel primo caso le notizie vengono sempre riportate, tutte, anche quelle che non piacciono, e poi vengono interpretate e commentate a seconda dell’inclinazione politica. Nel secondo caso le notizie scomode vengono cestinate, oscurate, nascoste: non si dice al pubblico ciò che potrebbe comportare dei problemi per il potere.

L’informazione del principale telegiornale italiano, quello della prima rete, rientra con tutta evidenza nella seconda categoria, quella dell’informazione controllata modello Iran o Nord Corea, dove le notizie sgradite al regime vengono censurate.

Nel recente caso del Barigate abbiamo avuto l’ennesima conferma: la notizia delle indagini sulle escort che sarebbero state pagate per partecipare a delle serate nelle residenze private di Berlusconi,  ieri sera e stasera al Tg1 semplicemente non è stata data.

Ieri sera si è parlato esclusivamente di «presunto ingaggio di ragazze per avvicinare i potenti a feste», così da generare anche degli effetti ridicoli e paradossali nella narrazione del notiziario.

Perché se svuoto la notizia parlando genericamente di donne e feste, allora risultano del tutto spropositate le dichiarazioni indignate dei politici del centro-destra e del premier stesso che vengono riferite. Insomma, l’ignaro telespettatore del Tg1 è portato a domandarsi: embé, è così grave accusare qualcuno di invitare un paio di ragazze a una cena? Perché tanto clamore?

Quindi, per evitare questo genere di fraintendimenti, suggeriamo ad Agusto Minzolini, direttore del  telegiornale di Rai uno, di provare a chiamare queste gentili signorine coinvolte nell’inchiesta con il loro nome. Si può scegliere tra una nutrita lista di sinonimi: escort, squillo, accompagnatrici, prostitute, peripatetiche, lucciole, cortigiane, meretrici e via di seguito, tralasciando le espressioni più volgari. Così, giusto per fare quello per cui si è pagati: informare.

Cari giornalisti del TG1, sono uno spettatore Rai, pago il canone e voglio esprimere il mio sconcerto nell’osservare come, nel tg1 delle 20.00 di Sabato 20 giugno, non sia stata messa in onda alcuna notizia di natura politica, nè tantomeno alcuna notizia in merito alle inchieste che coinvolgono il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Paura delle verità che stanno emergendo da inchieste di altre magistrature rosse? Notizie sgradite che non devono essere riferite? State facendo una pessima figura. Venduti al vostro padrone, siete vili, vigliacchi, servili, pavidi e codardi…La verità vi seppellirà. Con tanta pace per il nostro Presidente del Consiglio, “utilizzatore ultimo” delle vostre prestazioni. Vergogna, vergogna, vergogna.

 

Messa alla prova e ritorno alla normalità dell’esistenza Giugno 11, 2009

Archiviato in: 1 — pensoacolori @ 9:34 pm

Una delle esperienze più intense e gratificanti nel mio lavoro di psicologo consulente dell’USSM di Ancona, è stata quella relativa all’intervento di sostegno psicologico nei confronti del gruppo dei minori -  definiti dai mass media locali e nazionali -  il gruppo del videobranco di Torrette.

I 12 ragazzi coinvolti in questa esperienza di messa alla prova, al termine del percorso di sostegno psicologico, hanno creato un video, che attualmente è a  disposizione dell’Ufficio dei servizi sociali minorili del Ministero della Giustizia di Ancona, che intende utilizzarlo per attività di educazione alla legalità portandolo in visione nel corso degli incontri e dei dibattiti organizzati dalle scuole.

L’obiettivo del video è di promuovere una discussione ed un confronto  nel mondo giovanile sui temi della legalità, del contrasto della pedopornografia, dell’educazione all’affettività e all’amore autentico mediante attività di peer education, come si può definire questo utile documento messo a punto dal gruppo dei  ragazzi.

Sul blog pubblico il testo del video, per una comprensione dei suoi significati e del messaggio complessivo che i ragazzi hanno voluto inviare ai propri coetanei. Tengo a precisare che il contenuto  del video è frutto del lavoro di discussione dei minori. E’ loro il testo, come l’organizzazione delle immagini e delle musiche a corredo. Nessuna aggiunta è stata effettuata dal sottoscritto. Anche in questo caso, buona riflessione a tutti

“Quando arrivi ai 14 anni, ti sembra di essere già in un mondo nuovo.  Ti sembra di essere già grande: arriva il motorino, inizi ad uscire la sera e scegli la scuola che deciderà il tuo futuro. A questa età si pensa di sapere già tutto della vita, sembra di essere capaci e ragionevoli ad ogni pericolo, a questa età della prima adolescenza si passa sopra ogni cosa non calcolando mai le conseguenze che si possano avere dopo,  e soprattutto,  non si riesce subito a comprendere la gravità delle cose. Le cose da qui ad un paio di anni sono cambiate, anzi molto cambiate. I ragazzi di oggi per farsi accettare dal gruppo di amici, o per fare colpo sulle ragazze, al fine di attirare la loro attenzione, fanno delle cose senza avere la consapevolezza delle conseguenze.  Quindi si arriva a comportamenti che possono essere puniti dalle leggi, leggi che possono anche cambiare la vita… Le leggi a riguardo sono l’Art 600 ter e 600 quater del codice penale che riguarda la detenzione (anche inconsapevole), lo sfruttamento e la divulgazione anche per via telematica di materiale pornografico minorile.  Sono reati puniti dalla legge con la reclusione da uno a cinque anni e con multe in denaro. Mentre l’ Art 600 bis, 600 Ter e 600 quinquies implica un aumento della pena da un terzo fino alla metà, se il reato è commesso in danno a un minore di anni quattordici. Dopo questa introduzione ci presentiamo: siamo “ il branco di Torrette”. È questo il nome con il quale ci hanno identificato i giornali e le televisioni all’inizio della storia. Avevamo tutti tra i  15 e i 17 anni quando è iniziata la nostra vicenda giudiziaria. Nessuno di noi pensava che questa storia avrebbe potuto avere un riscontro così grande e in poco tempo ci siamo ritrovati ad affrontare una realtà ben diversa da quella adolescenziale. Accuse, interrogatori, colloqui, incidenti probatori, processi: un crescendo di eventi che ci hanno cambiato profondamente, lasciando un solco indelebile nella nostra memoria di adolescenti. Due anni difficili da affrontare e “sopportare” se non fosse stato per il sostegno delle nostre famiglie, degli assistenti sociali e degli psicologi, che ci hanno seguito ed aiutato in questo percorso. Accorgersi che la realtà adolescenziale è ben diversa da quella in cui c’eravamo calati; prenderne coscienza e provare a “ripartire”! Con questo video, vogliamo mandare un messaggio a tutti gli adolescenti affinché siano più responsabili e maturi, ma soprattutto affinché vivano questa fase del ciclo della vita caratterizzata dal cambiamento fisico, sessuale e psicologico, come implica l’etimologia della parola  latina “adolescere“, cioè crescendo in un continuo interscambio con l’ambiente. Il dizionario definisce violenza “…Un’azione molto intensa che reca danno grave a una o più persone da parte di una o più persone che operano sinergicamente”. Questa definizione è senz’altro vera, ma c’è una cosa che il dizionario non dice, cioè che la violenza porta sempre a far soffrire molto gli altri e anche chi l’esercita. A volte accade che nelle prime relazioni adolescenziali si cerca di più il piacere proprio che l’affetto verso l’altro, confondendo l’amore con l’appagamento di se stessi, ciò non toglie il fatto che la responsabilità nella coppia è di entrambi. Abbiamo capito ed imparato sulla nostra pelle che l’esercizio dell’amore richiede responsabilità, dedizione verso l’altro, attenzione e rispetto reciproco, ascolto delle esigenze del partner. Adesso vi facciamo una domanda, sapete cosa vuol dire pedopornografia? Questa parola, l’avrete sicuramente sentita accostata ad altre, come ad esempio “diffusione di materiale pedopornografico”.  Ebbene per “pedopornografia” si intende la pornografia raffigurante minori, ossia individui che non hanno ancora raggiunto la maggiore età. In Italia la produzione, la diffusione e la detenzione di pornografia minorile sono punite nell’ambito dei «delitti contro la persona», sanciti dagli articoli 600 e seguenti del Codice Penale; questa legge enuncia che sono puniti tutti coloro che utilizzano i minori degli anni diciotto per realizzare esibizioni o produrre materiale pornografico, nonché chi faccia commercio o diffonda, anche a titolo gratuito, tale materiale. Come si vede dalle immagini, il parco del “Gabbiano”, non è il cosiddetto “teatro degli orrori” come è stato definito dai giornali e dalle televisioni, ma è un posto tranquillo, dove i bambini si incontrano tra di loro e giocano, dove passeggiano le famiglie e dove si ritrovano dei simpatici vecchietti. Il parco è un luogo molto accogliente, dove durante l’estate adolescenti organizzano pomeriggi di giochi per  bambini e dopo cena serate di musica per ragazzi: una grande occasione di ritrovo che vale la pena “sfruttare” per trascorrere indimenticabili momenti all’insegna del divertimento in un sapiente equilibrio tra le dimensioni ordinarie della vita e gli elementi straordinari legati all’esperienza di vita comune. Volevamo con questo video dirvi queste cose,  che sono state oggetto di riflessione nel corso di questa esperienza. Sono state pensate e discusse durante la nostra messa alla prova. Se ieri qualcuno ci definiva branco, oggi siamo un gruppo di ragazzi. Vorremmo dimenticare quello che è successo, ripartire e concentrarci solo sugli obiettivi e i significati che nella nostra vita attendono di essere realizzati. Ci sentiamo cresciuti e pronti per ricominciare. Grazie della vostra attenzione e buona responsabilità a tutti”.  

Il gruppo dei ragazzi di Torrette

 

Berlinguer e la questione morale Giugno 10, 2009

Archiviato in: 1 — pensoacolori @ 6:48 pm

Oggi è l’anniversario della morte di Enrico Berlinguer. Per uno strano disegno del destino ero anch’io a Padova la sera del comizio del segretario del Partito Comunista Italiano. Ricordo che la notizia si sparse subito nella casa dello studente dove alloggiavo. Berlinguer stava parlando in Piazza della Frutta, nel centro della città; nel corso del comizio si era sentito male. Aveva continuato il  discorso, tra gli spasmi del dolore, nonostante dal pubblico gli gridassero di fermarsi.

Alla Camera dei deputati  il presidente Fini ha ricordato la figura di Berlinguer a 25 anni di distanza dalla morte, esaltando la figura di un politico che aveva fatto della questione morale uno dei fondamenti del suo impegno civile.

Pubblico l’intervista che nel 1981, Berlinguer rilasciò ad Eugenio Scalfari di Repubblica, interamente dedicata alla questione morale.

Intervista a Enrico Berlinguer di Eugenio Scalfari

 

La passione è finita? Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora…

Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana. È quello che io penso.

Per quale motivo? I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.

Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle. E secondo lei non corrisponde alla situazione?

Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo. La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel ‘74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell’81 per l’aborto, gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.

 Veniamo all’altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive. In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l’andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito “diverso” dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.

Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d’infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C’è da averne paura? Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all’equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?

 Veniamo alla seconda diversità. Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.

Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti. Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant’anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.

Non voi soltanto. È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell’economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l’iniziativa individuale sia insostituibile, che l’impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell’attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?

Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un’offesa essere paragonato ad un socialdemocratico. Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s’intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l’occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.

Dunque, siete un partito socialista serio… …nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo…

Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società? No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c’è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.

Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c’è o no? Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c’è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e sanza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.

Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché? La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semmplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono profare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.

Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d’accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l’inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell’obiettivo. È anche lei del medesimo parere? Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L’inflazione è -se vogliamo- l’altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l’una e contro l’altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l’inflazione si debba pagare il prezzo d’una recessione massiccia e d’una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.

Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell’ “austerità”. Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito… Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industializzati -di fronte all’aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all’avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la “civiltà dei consumi”, con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell’austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell’economia, ma che l’insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l’avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell’austerità e della contemporanea lotta all’inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.

E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare? Il costo del lavoro va anch’esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell’aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l’operazione non può riuscire. «La Repubblica», 28 luglio 1981

 

Riprendiamoci il tempo Giugno 10, 2009

Archiviato in: 1 — pensoacolori @ 7:50 am

“Immagina che esista una banca che ogni mattina accredita la somma di 86.400 sul tuo conto. Non conserva il tuo saldo giornaliero. Ogni notte cancella la quantità del tuo saldo inutilizzato durante il giorno. Che faresti? Non ritireresti fino all’ultimo centesimo ogni giorno? Ciascuno di noi possiede un conto in questa banca. Il tempo. Ogni mattina la banca del tempo ti accredita 86.400 secondi, ogni notte la banca cancella e dà per persa la quantità di questo credito che tu non abbia investito in un’azione. La banca non conserva saldi nè permette trasferimenti. Ogni giorno ti apre un nuovo conto, ogni notte cancella il saldo del giorno. Se non utilizzi il deposito giornaliero la perdita è tua. Non si può fare marcia indietro. Non esistono accrediti sul deposito di domani. Devi vivere nel presente con il deposito di oggi. Investi in questo modo per ottenere il meglio nella salute, nella felicità, nelle questioni significative della tua vita. Otterrai il massimo da ogni giorno.”

“Per capire il valore di un anno chiedi ad uno studente che ha perduto un anno di studio; per capire il valore di un mese chiedi ad una madre che ha partorito prematuramente; per capire il valore di una settimana chiedi all’editore di un settimanale; per capire il valore di un’ora chiedi a due innamorati che attendono di incontrarsi; per capire il valore di un minuto chiedi a qualcuno che ha appena perso il treno; per capire il valore di un secondo chiedi a chi ha appena evitato un incidente; per capire il valore di un centesimo di secondo chiedi ad un atleta che ha vinto la medaglia d’argento alle Olimpiadi. Dai valore ad ogni momento che vivi…” (Jack Folla Dj, penitenziario di Alcatraz, NYC)

“Le monete, il bastone, il portachiavi, la pronta serratura, i tardi appunti che non potranno leggere i miei scarsi giorni, le carte da giuoco e gli scacchi, un libro e tra le pagine appassita, la viola, monumento d’una sera di certo inobliabile e obliata, il rosso specchio a occidente in cui arde illusoria un’aurora. Quante cose, atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi, ci servono come taciti schiavi, senza sguardo, stranamente segrete! Dureranno più in là del nostro oblio; non sapran mai che ce ne siamo andati. ” (Jorge Luis Borges, Le cose. 1969, Elogio dell’ombra Giulio Einaudi editore). 

Il nostro tempo su questa terra non è infinito. Abbiamo un tempo da dedicare a noi stessi, un tempo per realizzarci, un tempo per vivere tutte le sfumature delle emozioni e dei sentimenti; un tempo per visitare le città, un tempo per leggere un libro. Questo tempo ci sfugge tra le mani, ci lascia esterrefatti, sconcertati di fronte all’inaspettato.

Tempo, fermare il tempo, sarebbe a dire l’eternità.

Tempo ci lascia soli a meditare sui nostri errori, tempo perduto tempo.

Dedicato a quanti vogliono riprendersi la gestione quotidiana del loro tempo