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La qualità delle relazioni umane nella città dell’uomo Giugno 9, 2009

Archiviato in: 1 — pensoacolori @ 12:26 pm

pubblico la relazione tenuta presso la sala della biblioteca diocesana di Jesi per i membri del Meic. Il titolo della relazione era  ” La qualità delle relazioni umane nella città dell’uomo”.

 

Vorrei iniziare a misurare la realtà di oggi, la qualità delle relazioni umane del nostro tempo, a partire dalla situazione nella quale ci troviamo a vivere.

Parto in primo luogo dal contesto nel quale si vivono le relazioni umane e l’affermazione che definisce il contesto nel titolo della relazione: la città dell’uomo.

La città dell’uomo, è la bella e significativa espressione coniata da Giuseppe Lazzati, figura carismatica del mondo cattolico.

Insieme ad altre figure importanti come Dossetti, La Pira, fu in grado di ispirare e motivare le scelte di molti cattolici italiani nel secondo dopo guerra.

Con la sua visione della città dell’uomo e la nascita della associazione così intitolata, egli si proponeva di elaborare, promuovere, diffondere una cultura politica che, animata dalla concezione cristiana dell’uomo e del mondo, sviluppasse l’adesione ai valori della democrazia espressi nei principi fondamentali della Costituzione della Repubblica italiana, rispondendo alle complesse esigenze della società in trasformazione.

 

Il compito era quello di offrire servizi per aiutare il laico credente a “pensare politicamente” da cittadino maturo.

Una prima considerazione che vorrei fare, deriva dal fatto che ci troviamo in un diverso momento storico.

Quella di Lazzati era una società in trasformazione, oggi viviamo l’effetto di quella trasformazione.

Quella nella quale viviamo oggi è una società trasformata.

Dobbiamo ripartire da questo aspetto. La società è profondamente cambiata.

La realtà di oggi è cambiata e sta cambiando in un modo radicale.

Molti studiosi, affermano che stiamo vivendo una fase di uscita dalla modernità, la modernità che da alcuni secoli ci accompagna e che è cominciata in modo forte con la Rivoluzione industriale sembra essere giunta al suo termine e sta nascendo una nuova fase.

C’è chi parla di liquefazione della modernità, c’è chi parla della polverizzazione della modernità, modernità in polvere; c’è chi parla di una società a coriandoli; c’è chi parla infine di una seconda modernità, dipende dallo studioso e dall’orientamento, ma tutti sono concordi nel dire che stiamo andando in una fase storica diversa e che anzi siamo all’interno di un cambiamento che forse è il più radicale che la storia umana abbia vissuto.

La distanza tra questa nuova realtà sociale in cui stiamo entrando e quella precedente secondo alcuni studiosi è la più estesa, è la frattura più ampia che sia mai avvenuta, più di quella che ha avuto la modernità nei confronti dell’epoca precedente…

 

1) Liquefazione della società ed individualizzazione

Prendiamo questo concetto di liquefazione della modernità che è in particolare studiato dal sociologo polacco Zigmut Bauman. Egli asserisce che in questa fase si stanno liquefacendo gli ultimi corpi solidi sociali; mentre nella fase della modernità c’era una certa organizzazione sociale e molti modi erano stati fusi ma poi ricostruiti, adesso si sta semplicemente liquefacendo.

Cosa è che si sta liquefacendo?

Bauman sostiene che stanno per finire nel crogiuolo della liquefazione i legami che trasformano le scelte, i progetti individuali in azioni collettive.

Secondo questo studioso ciò sta mettendo profondamente in crisi quei legami sociali che consentivano alle persone di trasformare i propri progetti individuali in progetti e azioni collettive.

Di fatto questo sta producendo un processo di individualizzazione della società in cui le persone non riescono più a trovare la via per costruire insieme agli altri dei legami, dei progetti di cambiamento e di trasformazione della realtà che abitano. Ognuno è in qualche modo prigioniero di un progetto individuale, soggettivo, di cui viene ritenuto l’unico responsabile.

Se questo progetto va a buon fine o non va a buon fine dipende unicamente dal soggetto e non dai suoi legami sociali, non dalla sua famiglia, ma unicamente dal soggetto.

Questa trasformazione riguarda sia le scelte di politica individuali, sia le azioni politiche della collettività umana e comporta necessariamente la dissoluzione dei legami comunitari, cioè dei legami intesi come la comunità portatrice di un progetto e di un’azione comune, in cui c’è un forte legame di solidarietà tra le persone che le lega tra di loro.

Stanno scomparendo le comunità di vita, sostituite da individui che accedono a servizi che sostengono i loro progetti personali e di crescita.

Si assiste al trasferimento di quelle risorse che sorreggono la crescita, il percorso di realizzazione umana e sociale delle persone che nascevano dalla solidarietà del gruppo sociale, dalla Comunità, in prodotti acquisibili a pagamento da una rete di servizi.

In modo banale significa che ad esempio, l’assistenza ad una persona che soffre di qualcosa non è più affidata al nucleo familiare, ai legami di parentela più estesi, ma è legata al fatto che tu acquisti oppure ottieni un servizio, ad esempio in un ospedale utilizzi una persona specializzata che tu puoi pagare.

Questo è uguale anche per la compagnia; per l’anziano solo, ad esempio, è comparsa la “badante”, persone immigrate che badano, si prendono cura di un anziano solo, lo assistono.

Sono servizi che le persone acquistano e non sono più prodotti dalla rete comunitaria di solidarietà, per cui funzioni che un tempo erano date dai legami comunitari, vengono perse.

La Comunità da questo punto di vista è una comunità di individui che hanno progetti di vita e acquistano i prodotti che servono ai loro progetti personali di vita.

Dentro questa trasformazione i percorsi di crescita diventano estremamente individualizzati; non ci sono ritmi nei bambini e nei ragazzi, di crescita collettiva, molto spesso ci sono percorsi di crescita individualizzati, legati alle potenzialità individuali e alle risorse che la persona ha a disposizione.

Per cui di due persone che hanno pari età, ma hanno progetti diversi, uno può contare su maggiori risorse, l’altro su minori risorse, pur avendo la stessa età avranno due livelli evolutivi radicalmente diversi l’uno dall’altro, anche se frequentano la stessa classe, e formalmente hanno lo stesso livello, ma di fatto c’è una fortissima differenza.

 

2) Il politeismo etico

Un altro aspetto che occorre tenere in considerazione per definire la nostra realtà di oggi riguarda il politeismo etico. Cosa significa politeismo etico? Che noi viviamo in una realtà sociale in cui convivono tra di loro sistemi di valori, modelli di persone, visioni del mondo e dell’uomo molto diversificate, convivono uno accanto all’altro senza che nessuno di questi possa pretendere di essere per sé più importante degli altri.

Anche se ha una lunga tradizione, una lunga storia non può pretendere di essere il sistema di valori più importante. I miei valori sono i più importanti e alla pari con l’ultimo sistema di valori nato, che riguarda una frangia marginale di persone che non ha storia, però questo sistema di valori viene percepito come avente la stessa dignità di quello che ha una maggiore storia e una maggiore tradizione.

Ciò cosa produce? Non c’è più un monoteismo, un sistema di valori dominante e condiviso da tutta la società, ma c’è una pluralità di valori che, non riguarda persone diverse, ma spesso riguarda una persona che nella sua giornata si reca a rendere onore a più dei.

La stessa persona nella stessa giornata transita attraverso sistemi di valori diversi, anche contradditori, e li utilizza per agire in situazioni differenziate, quindi in quella situazione applica questo sistema di valori, in questa è adeguato quest’altro sistema di valori; li applica in una flessibilità, in un pragmatismo e in una duttilità che è caratteristica.

Potremmo parlare a questo livello di vizi privati e pubbliche virtù, ma credo che i comportamenti etici contraddittori siano appannaggio di molti, non solo di chi ricopre incarichi pubblici. (esempio – chi si lascia prendere da una concezione materialistica dell’esistenza e vive in funzione di beni materiali, che perde di vista il rispetto per l’ambiente, chi vive una doppia esistenza, chi presta denaro ad usura, chi affitta a prezzi non di mercato agli stranieri, chi offre la sua consulenza alzando le tariffe, chi giudica dei minori che commettono reati e poi esalta il contenuto negativo dello stesso reato commesso dagli adulti…)

Per politeismo etico si intende questo.

Con persone che transitano nella giornata e che non hanno quindi un’unitarietà e una coerenza a cui rifarsi. Molto spesso sono persone che vivono con un atteggiamento provvisorio nei confronti dell’esistenza.

 

3) Difficoltà a pensare la vita come un progetto in divenire

Accanto all’individualizzazione della società e alla fase del politeismo etico, vi è un terzo aspetto che mi sembra importante delineare e che riguarda la crisi del pensare alla vita come ad un progetto dotato di un’unitarietà e di una sua coerenza che ha un punto di partenza ed un punto di arrivo.

Vivere il progetto significa pensare al presente in rapporto al passato, alla storia che lo ha preceduto, ma anche in rapporto al futuro, a ciò che si vuole ottenere e selezionare nel presente, a ciò che rende il presente funzionale per raggiungere gli obiettivi futuri, ma anche compatibile con la storia passata.

In questa mediazione e riformulazione continua, esprimere una vita progettuale significa selezionare dalla realtà alcuni aspetti, rifiutarne altri in un processo di selezione continua, di scelta continua.

Vivere progettualmente significa vivere questa dimensione della scelta. E noi cosa abbiamo oggi?

Le persone devono vivere in un rapporto debole col passato, spesso inesistente con il futuro e imprigionate nel presente, incapaci di decidere.

Vivono con il lievito di quel momento, con il meglio di quello che può dare, senza preoccuparsi di che effetto ha nella loro vita quel momento.

Non riescono a percepire come può inserirsi nella loro vita quello che stanno vivendo.  

Spesso sono persone che vivono la realtà “inzuppandola” di fatalismo.

 

In una ricerca pubblicata alcuni anni fa dal prof. Mario Pollo sui giovani ed il tempo, emergeva in modo chiaro che la maggior parte degli adolescenti e dei giovani non riescono a pensare al futuro, ma soprattutto non hanno alcuna fiducia che il presente possa in qualche modo influenzare la società, il mondo che abitano.

Potrebbero anche avere dei desideri, dei sogni di futuro, ma tanto è inutile star lì a perseguirli perché l’attuazione del presente non è in grado modificare il futuro che è nelle mani di poteri che sfuggono.

Questa percezione del futuro è molto importante in questi giovani che hanno perso ogni fiducia.

Prima di scaricare le responsabilità sui giovani domandiamoci: perché sta accadendo tutto questo?

 

I motivi, a mio avviso sono due:

 

da una parte vi è una crisi del senso storico del tempo;

(a questo risponde una visione del flusso del tempo secondo l’ottica della logoterapia ed analisi esistenziale di Viktor Emil Frankl).

 

dall’altra, la mancanza di progettualità deriva dalla condizione che stiamo vivendo, dove è presente una fortissima rottura tra i grandi sistemi sociali e gli individui, nel senso che l’individuo è percepito come incapace di agire.

Il sistema sociale ha una sua logica su cui l’individuo non è in grado di intervenire; il soggetto può essere sicuro della propria vita, ma non è in grado di intervenire sui sistemi sociali in cui questa vita si dirige.

 

Ciò indica la presenza di una frattura tra il sistema sociale e l’individuo, una frattura molto grande, molto forte che i giovani percepiscono insieme al senso di impotenza che è drammatica.

 

Pensare che una generazione sia espropriata del senso del futuro dovrebbe fortemente interrogarci.

 

 

Questa dimensione a-progettuale della vita è vissuta anche dagli adulti.

Dentro questa dimensione c’è quella della difficoltà a dare senso e significato alle scelte che attendono di essere realizzate.

 

C’è una difficoltà delle persone a cogliere il senso dei propri gesti, del proprio agire che non sia legato alla mera soddisfazione immediata, a cogliere in pieno quello che è il significato profondo della responsabilità etica e comportamentale.

Spesso  sono persone che vivono scelte collegate a fare quello che fanno gli altri, o a percorrere sentieri di fanatismo.

 

Di fronte a questa realtà quali possibilità ci sono per l’uomo di oggi per ridare un significato positivo alla qualità della relazione umana?

 

Intanto vorrei dire che occorre essere ottimisti e positivi.

Questa forza del positivo, delle possibilità di esistenze intatte di fronte a noi, non ci deve abbandonare. E non è un modo di fare idealistico, o suggestivo, psicologistico. Sta nella realtà delle cose.

 

Diceva il poeta Holderline, “laddove c’è un pericolo si sviluppa anche ciò che salva”.

Dunque la crisi dell’uomo di oggi è la possibilità dell’uomo di domani. Niente può contribuire di più alla guarigione interiore, quanto il coraggio di sfidare il proprio destino.

 

Vorremmo aiutare le persone a riflettere sulle possibilità che “l’audacia della speranza” ci lascia decidere per noi stessi e per gli altri.

 

Ed abbiamo bisogno di fare un cammino, di metterci in cammino.

 

Ed il cammino inizia dall’educazione.

Provo a dare alcune indicazioni su percorsi che ci possono aiutare

 

Educare alla responsabilità – che è l’altra faccia della libertà.

L’individualizzazione può anche aiutare a far sentire le persone profondamente libere. Chiaramente occorre capire di che libertà si tratta.

Libertà non è fare ciò che si vuole, ma è volere ciò che si deve fare.

In questa epoca storica si percepisce un livello di libertà e di autonomia mai raggiunta in altre epoche storiche. Le persone si percepiscono come soggetti autonomi, liberi di fare scelte, che vogliono decidere anche della propria vita, della propria morte, che vogliono avere un dominio sulle loro scelte radicali; basta pensare al dibattito su temi come l’eutanasia, la vicenda Welby o la vicenda Englaro, dove c’è veramente una rivendicazione di autonomia radicale del soggetto di fronte anche al morire, di fronte a questo evento drammatico.

È un momento in cui questo senso è molto forte, da cosa nasce questo senso di libertà e di autonomia? Secondo Mario Pollo, ciò nasce dal fatto che c’è un equilibrio fra tre fattori:

il desiderio, l’immaginazione e la capacità di agire.

Noi ci sentiamo liberi quando il nostro desiderio, la nostra immaginazione, la sceneggiatura che facciamo e immaginiamo della nostra vita e le nostre capacità di agire sono in equilibrio; quando i nostri desideri, la nostra immaginazione e sceneggiatura di vita sono in equilibrio con la nostra capacità di agire, la persona tende a sentirsi libera.

Perché i desideri sono in gran parte desideri indotti.

L’immaginazione attraverso cui le persone sceneggiano la propria vita deriva in gran parte dalla comunicazione mass – mediatica che fornisce, attraverso sia la fiction e le informazioni, materiali per costruire sceneggiature di vita attraverso cui ci si immagina la vita che si vorrebbe, quella bella e desiderabile.

Desiderabile appunto. Mai come in questo periodo storico si percepisce una distanza tra il reale e l’ideale, che produce frustrazione, delusione, appiattimento.

Dunque un atteggiamento positivo per l’uomo (la possibilità di sentirsi maggiormente libero ed autonomo rispetto al passato) si scontra con la possibilità della frustrazione, della mancanza di realizzazione personale.

 

Educare all’affinamento della coscienza per il superamento del politeismo etico.

L’educazione degli adolescenti passa attraverso la riscoperta della coscienza e dei valori. I valori sono componenti universali di significato che permettono alle persone di crescere e maturare, mettendole a confronto con la verità e l’autenticità delle esperienze.

Solo una vita che si confronta in maniera coerente con i valori, valori creativi, valori di esperienza, valori di atteggiamento, potrà essere veramente piena.

Superare il politeismo etico vuol dire sentire ciò che la coscienza, in ogni attimo della nostra giornata, ci chiede di decidere, ci chiede di decidere, di realizzare.

In questo siamo liberi (la libertà della volontà). Andare contro la nostra coscienza o rispondere alle sue sollecitazioni, anche questo è un atto di libertà.

Scelte significative, scelte piacevoli, scelte giuste, scelte facili. Siamo continuamente sollecitati a scegliere.

E’ l’ambivalenza interiore dell’uomo, il rimando continuo al bene e al male, anche nell’esercizio dei comportamenti quotidiani.

E’ anche questo la sintesi del termine responsabilità, nel quale si connettono il discernimento del proprio coinvolgimento in errori compiuti nel passato e la consapevolezza di dover rispondere, rendere conto del proprio pensare ed agire, accettando il dovere morale di “scegliere il cammino giusto e non quello più facile” o più appagante in termini di interessi personali o particolari.

 

Educare ad un diverso modo di vivere il tempo, superando la paura del divenire.

Credo che sia importante operare, per ridare alle persone, il senso di un tempo che è una storia, in cui il presente è legato al passato e al futuro.

Ciò passa attraverso due operazioni:

1)operazione della memoria, aiutando le persone a riscoprire la propria memoria personale e la memoria del luogo in cui sono.

2)riacquisire la capacità di sognare il futuro, di superare la paura del divenire.

Come può nascere la capacità di sognare il futuro?

Nasce dalla capacità che abbiamo di liberarci dalla memoria, non rimuoverla ma liberarci del condizionamento che la “tua storia attua sul tuo presente”. Spesso noi viviamo il presente non in modo libero, ma fortemente condizionati dalle esperienze che nella vita passata abbiamo vissuto.

Queste non ci fanno vivere in modo libero e ci condizionano attraverso atteggiamenti meccanici, quasi automatici, attraverso modi di agire standardizzati rispetto al presente, per cui il passato ci imprigiona e non ci lascia vivere.

 

Uscire dal condizionamento, dal determinismo di certi comportamenti vuol dire non comprendere che il nostro essere è frutto del destino, ma anche della libertà e dunque possiamo sempre, in ogni momento, decidere di essere diversi.

 

Se noi ci liberiamo del rimpianto e della colpa, l’esperienza negativa che abbiamo vissuto può diventare energia di costruzione.

Se avviene questo, ci si libera; la capacità di sognare il futuro nasce da un rapporto con la memoria e da una rivisitazione che aiuta a scoprire come questa memoria imprigiona ma serve per liberarsi.

Questo è uno dei lavori della memoria personale e sociale molto importanti e molto forti, se non viene fatta è difficile creare un futuro.

Il discorso sulla memoria è significativo: Josif Brodskij affermava “Se c’è qualcosa che può sostituire l’amore, questa è la memoria”.

 

Perché normalmente anche molti organismi sociali e politici non riescono a pensare al futuro? Perché non hanno fatto fino in fondo i conti con la propria storia, la propria memoria rivisitata fino in fondo e ciò impedisce di aprirsi al futuro. Questo è uno dei temi forti che oggi è rimosso ma credo che il lavoro sulla memoria sia uno dei temi più importanti. Sul tempo è importante ridare il senso al sacrificio ed alla frustrazione.

Viviamo una cultura che tenta di evitare il dolore. Occorre evitare il dolore evitabile, ma occorre sopportare il dolore inevitabile.

Allora è la persona che, preso atto della propria limitatezza, sulle difficoltà non evitabile della vita, si interroga sul senso della stessa.

Ecco una domanda inquietante, ma senza la quale non si produce la capacità di vivere la propria vita come storia e come divenire.

Si emerge alla coscienza della propria vita quando si prende atto dei propri limiti e ci si confronta con essi.

 

Un ultimo appello verso tre obiettivi da realizzare.

Occorre ri-educare e rieducarci alla solidarietà.

All’amore autentico, al rispetto delle diversità.

Come si può motivare la solidarietà? La solidarietà non è più vista come una virtù, ma come una condizione fondamentale e necessaria per realizzare la propria individualità. L’individualità che sta crescendo rischia di essere di tipo narcisistico, centrata sulla soddisfazione dei desideri, dei propri bisogni.

È invece importante aiutare a scoprire che l’individualità più profonda si realizza nel momento in cui ti applichi alla cura dell’altro e lasci che l’altro si prenda cura di te; c’è, quindi, una cura reciproca, scopri che il tuo io nasce e si genera solo con questa apertura, in caso contrario il tuo io rimane asfittico, debole, poiché cresce solo dentro questa relazione.

Quindi, occorre proporre la solidarietà non come una virtù ma come una necessità vitale di pura realizzazione. In una società centrata sull’individuo la solidarietà non è un dovere, ma è la non eliminabile realizzazione e compimento della nostra umanità,  una strada obbligata se si vuole raggiungere la pienezza e se si vuole diventare se stessi in modo completo.

La capacità che hai di ripensare e riproporre la via dell’alterità, della cura dell’altro, ti fa aiutare l’individuo ad “esplodere” e a scoprire l’alterità a partire dai micro rapporti, dai suoi rapporti di vita quotidiana e dentro il quotidiano senza pensare alla solidarietà dei grandi sistemi.

Sono convinto che partendo da questi nuclei “esplosivi” di vita quotidiana si può rigenerare la ritessitura di una solidarietà.

Occorre ri-educare e rieducarci all’amore autentico

Amore autentico: amare nel senso di autotrascendere da se stessi. L’amore come molla che aiuta la persona a realizzarsi nel tu. Non è una spinta, una pulsione, un istinto come un certo modo di considerare l’amore vuole farci credere.

L’amore è il significato più importante nella esperienza umana, la volontà di significato più alta.

 

 

 

Occorre ri-educare e rieducarci al rispetto delle diversità

Il rispetto della diversità vuol dire accorgerci che non siamo soli su questa terra e che la terra ci è data in prestito. Dobbiamo rispettarla e rispettare tutti quelli che vivono su di essa.

Cominciamo concretamente dal nostro vicino di casa. Cominciamo dalla nostra città. Luogo di incontro e di confronto tra culture differenti. L’etnologia psichiatrica ci dice che il modello di riferimento che serve a superare i modelli inadeguati dell’integrazione e della ghettizzazione è la ricombinazione.

Ciò richiede volontà di superare gli steccati e vivere in pace con i nostri vicini, cercando insieme uno spazio di conoscenza nuovo. Viviamo tutti sotto lo stesso cielo, ma molto spesso non tutti abbiamo gli stessi orizzonti.

Se riusciremo ad incontrarci senza avere la mentalità dei conquistatori o dei normalizzatori, allora veramente il nostro orizzonte si schiuderà verso cieli nuovi e terre nuove, verso quel mondo di pace e di fratellanza ai quali dall’eternità siamo stati destinati e per i quali vogliamo felicemente camminare.

 

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