Penso a Colori

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Il senso della narrazione Agosto 18, 2009

Archiviato in: 1 — pensoacolori @ 8:38 pm

Ferragosto ha regalato, in maniera inaspettata, alla mia e ad alcune famiglie di amici, un momento magico.

Da diversi anni, il giorno dell’Assunta si svolgeva tra riti abusati ai quali ci sottoponevamo sempre più demotivati: mare - ristorante – mare.

Quest’anno abbiamo deciso di ritornare a trascorrere l’intera giornata  in campagna, nel “buen retiro” della famiglia Pirani.

La casa colonica della famiglia Pirani, trasformata in abitazione negli anni ‘80, era stata acquistata da mio nonno materno per portare la famiglia al sicuro, fuori dalla città, durante i mesi terribili della II guerra mondiale, quando i tedeschi erano in ritirata.

Ironia della sorte, la villa adiacente la casa colonica di mio nonno, era stata requisita dai tedeschi e vi alloggiavano i militari della Gestapo. 

I nonni e gli zii, nel passato mi avevano raccontato questa storia, affermando che non vi furono mai episodi di violenza contro la famiglia (mio nonno aveva 12 figli piccoli).

Non ci furono contatti diretti con i militari tedeschi, solo gli adulti si intrattennero a volte con un soldato di nome Hans,  messo a sorvegliare il passaggio che conduceva dalla casa colonica alla villa.

Soldato ricordato per la sua umanità, padre di famiglia in guerra, con il pensiero rivolto ai figli e alla moglie lontani.

I racconti delle vicende legate alla casa,  si sono succeduti nel corso del tempo, ma ora sono quasi del tutto dimenticati. Nessuno infatti ne parla o li racconta più.

La sera di ferragosto invece,  le storie di questo luogo, i personaggi che vissero o passarono di lì, hanno ripreso vita attraverso la narrazione di alcuni testimoni di quel passato.

E’ stato un momento magico: dopo cena, trovarsi insieme grandi e piccoli, in cerchio sull’aia davanti casa,  per ascoltare i racconti di chi c’era.

Questa esperienza mi ha fatto riflettere sul significato del racconto e della trasmissione orale tipica del mondo contadino.

La mia è la generazione cresciuta a nutella e televisione, non ho avuto la fortuna delle serate attorno al fuoco,  ad ascoltare i racconti degli anziani, le serate tipiche delle famiglie patriarcali. un mondo immutabile, che invece è profondamente cambiato negli anni ’60 del secolo scorso.

La sera di ferragosto il fuoco,  data la stagione, non c’era; ma le storie raccontate erano quelle di allora, testimonianze dirette ed autentiche, con tanto di morale finale ad uso degli ascoltatori.

Ciò che è rimasto di un mondo contadino che trasmetteva conoscenze attraverso la narrazione, il caldo della narrazione, oggi quasi del tutto scomparsa.

Il momento è stato intenso, i ricordi sono riemersi come per incanto, attraverso le parole dei nonni, lasciando sia ai grandi sia ai piccini, un misto di serenità e di inquietudine. Ognuno si è portato a casa qualcosa da quest’incontro.

Wim Wenders, nel film  ”Il cielo sopra Berlino” crea un’immagine molto bella ambientandola nella biblioteca della metropoli tedesca. Un vecchio si intrattiene con un bambino raccontandogli delle storie.

L’immagine svela una grande verità: il potere della parola nella trasmissione delle informazioni, anche nella civiltà della comunicazione rimane intatto. Niente o nessuno potrà mai sostituire il senso di un racconto che si trasmette tra vecchio e giovane, tra nonno e nipote, tra adulto e bambino. 

Da duemila anni la trasmissione è stata espressamente orale.

Solo la nostra generazione presume di poterne fare a meno.

 

I diamanti di R.M. Agosto 2, 2009

Archiviato in: 1 — pensoacolori @ 9:00 pm

“Chissà che fine ha fatto Eugenio, barba da mascalzone, sotto che stelle si fa la notte, sotto che sole fa colazione. Lui che c’ha gli occhi così tranquilli, chissà che mare avrà incontrato, se le onde avevano i capelli bianchi quando l’ha attraversato. E quanti amici avrà incontrato già, e quante belle signorine al chiar di luna. Chissà che fine ha fatto Eugenio, barba portafortuna, chissà che sogni che si inventa e sogni che si fuma. E lontano lontano, in qualche altro paese, certamente avrà comprato un diamante ed un turchese da portare a chi è rimasto qua. Chissà che fine ha fatto Eugenio, anima da pirata, che si è lasciato dietro le spalle una città sbagliata, e che ha viaggiato con le scarpe e con le orecchie e con il cuore. Chissà che fine ha fatto Eugenio disteso in mezzo al sole. E lontano lontano, in qualche altro paese, certamente avrà comprato un diamante ed un turchese da portare a chi è rimasto qua.” (F. De Gregori, Viva l’Italia, 1979 – Eugenio)

E’ tornato M. R., da Santo Domingo, dove si è trasferito da alcuni anni. E’ venuto per delle cure e per incontrare figli e nipoti. Riparte il 20 di agosto.

I figli di R. sono particolari: ne ha di varia forma e natura.  Non solamente umani, ma anche vegetali. Oggi mi ha accompagnato a vederli. Sono diventati grandi. Quando viveva in Italia, e lavorava come operaio presso una grande azienda locale, era solito raccogliere ghiande o semi di pino e poi andava a piantarli nelle aiuole che delimitano gli ingressi della superstrada che corre tra Falconara e Jesi. Un piccolo gesto, dal cuore grande.

Alcuni anni fa, il presidente della circoscrizione competente, voleva premiarlo per questo servizio reso alla comunità.

Ogni albero piantato è una poesia che la terra scrive in cielo. 

Lui si schernisce ed ammette di non apprezzare la notorietà. Ha risposto al presidente ringraziandolo del pensiero, ma che sarebbe stato felice se qualcuno poteva continuare a far nascere e crescere gli alberi mentre lui era via.

Oggi abbiamo fatto un giro in bicicletta per andarli a trovare. Ogni seme piantato è divenuto un bell’albero,  quercia o pino; R. li guardava estasiato,  ricordando il momento esatto in cui aveva messo in posa ogni suo “figlio”.

Siamo usciti in bicicletta questa mattina presto, intorno alle 7.00. Eravamo in quattro, i nostri compagni di bicicletta avevano 82 e 79 anni. R. ne compie 67 quest’anno ed io ne ho 45: età media 68, 25.

Abbiamo pedalato dapprima sui colli del verdicchio, i mitici castelli di Jesi. R. mentre salivamo, mi ha raccontato questi anni trascorsi fuori dall’ Italia,  pensionato che decide di andarsene, lasciando moglie e figli per trasferirsi nel paradiso naturale della repubblica dominicana. Una scelta di vita, che ha comportato anche distacco, dolore, sofferenza. Ha chiesto alla moglie di seguirlo e lei, rifiutandosi, lo ha lasciato libero di prendere un’altra strada.

R. non ha rimorsi, non ha rimpianti. Si è ricostruito una vita a Santo Domingo.

Mi veniva da pensare, mentre lo ascoltavo, alla canzone di De Gregori. 

R. ci ha lasciato in dote i suoi diamanti più cari, i figli naturali ed i figli del mondo vegetale, che ha bisogno ogni tanto di tornare a visitare.